Il salone vibrò e si aprì ai confini dello sguardo, una visione pallida e offuscata che sprofondava in un movimento afferrato dai sensi, non dagli occhi.
Era l’inchino dei giganti, mura di pietra che svanivano di fronte all’imponenza dello scranno.
Al primo gradino le ginocchia divennero d’acqua e le vertigini lo colsero quando cercò di scorgere la sommità distante dello schienale.
Quello era un trono per un dio, denso di regalità e fierezza, una presenza che eclissava tutto il resto.
Sapeva che era solo una sensazione, che il salone non si era mosso davvero, e tuttavia solo quando raggiunse l’ultimo dei cinque gradini che lo portavano al suo cospetto il capogiro cessò.
Adagiando la mano su uno dei braccioli, raccolse i sensi per darsi un contegno ed evitò di spostare lo sguardo sull’altro bracciolo, troppo lontano per toccarlo anche se avesse steso le braccia.
Guardò in basso invece.
Da lì i suoi occhi potevano abbracciare l’intera sala del trono e le genti che la gremivano.
Era uno di loro, nel suo sangue non una goccia di nobiltà scorreva per renderlo degno di sedere lassù, e nello spirito non una singola scintilla di arroganza che potesse farlo sentire a suo agio.
Un brandello di popolo, una goccia del mare che oscillava sotto di lui tuonando sommessamente in un’atmosfera ovattata.
Un’attesa assetata per ciò che lui aveva da dire e che loro avevano bisogno di sentire.
Perché era quello in fondo il motivo per cui era asceso, esponendosi allo sguardo dei suoi simili.
Nessun altro avrebbe potuto, o forse voluto essere al suo posto.
Appesantito dalla consapevolezza di essere depositario di qualcosa che a loro era stato precluso, ne accettò lo sguardo su di sé e raccolse respiro e coraggio per ereditare un ruolo immenso, il ruolo appartenuto prima a lui…
“È difficile… non so da dove iniziare”
Un sussurro morsicato tra i denti, poco più di un pensiero rumoroso, eppure un pesante silenzio sospeso si addensò intorno a lui all’istante.
Deglutì e strinse la mano intorno al bracciolo di pietra.
“È difficile, perché sono uno di voi…” si strappò con forza dalle labbra e la sua voce rimbalzò sui loro cenni d’approvazione, caricandolo di audacia “Se vestissi il manto di un regale condottiero, algido e severo sulla sommità di mura dorate, allora vi misurerei dall’alto, superbamente padrone di parole e gesti. Ma sono uno di voi…”
Lo era davvero. Poteva sentirlo nel tremito caldo della voce che cresceva, sospinta dal vento di una passione che bruciava nel petto, e negli occhi fissi su di lui,
“Sono come voi e posso parlarvi con il cuore fra le mani. Il sangue che mi scorre nelle vene mi rende vostro fratello. La causa per cui lottiamo, il nemico che fronteggiamo, lo stesso dolore… tutto ci rende fratelli!”
Tremava ancora, forse di più, ma l’eco delle parole pronunciate in tono crescente lo abbracciò, e persino la stessa vibrazione appassionata della propria voce gli gonfiò il petto di nuova forza,
“Guardatemi ora. Mi espongo a voi. Il cielo piange il suo umido respiro sul mio volto, pioggia sottile che maschera altre lacrime. Le mie lacrime. Vere, autentiche, lontane dai giochi di prestigio di un convincente saltimbanco. Vi offro i miei occhi. La loro luce trema e tradisce la passione e l’amarezza che spietate afferrano il mio cuore. E la forza. Quella che si carica di rabbia e ribellione, perché questa è l’ora di dire basta!”
Con il respiro stretto nella gola, percosso dal ritmo martellante del cuore, distese la mano alla sinistra del trono, indicando, abbracciando simbolicamente il feretro che silenzioso attendeva. Ascoltava.
Gli parve di vederlo, di sentire il suo giudizio su di sé e un nervo gli tremò sulla guancia.
“La sua morte ha un tocco diverso per ognuno di noi. Perché lui è stato qualcosa di diverso per ognuno di noi. Amico fedele e avversario implacabile. Altruista baluardo, ha salvato vite umane. Crudele castigatore, ha ucciso senza pietà. Luce e Ombra. Vita e Morte. Per me… ho perso qualcosa di importante. Nulla sarà mai più come prima…”
Chinò il capo.
Stretto in un momento di privato cordoglio, assaporò il dolore trasudato dalle proprie parole fino in fondo e apprezzò il silenzio denso di rispetto che lo accompagnò.
Oltre le colonne, l’aria soffiò un mesto mormorio piovoso.
Quando tornò a parlare, la sua voce suonò bassa ma intensa. Ferma finalmente.
“La mia testa è piegata e lo è il mio cuore”
Raccolse il fiato e infine gridò.
“Ma non la mia volontà! Non cedo il mio animo alla volontà di un vile burattinaio. Non voglio. Non posso! Non starò immobile, vittima inerme che non leverà la propria rabbiosa ribellione! Perché proprio in memoria sua, non me lo posso concedere! Non me lo voglio concedere! Non accadrà ancora! La sua morte non sarà vana!”
Sottile sullo sfondo dell’immenso scranno, levò le braccia a sfidare il cielo.
“Sul mio sangue e la mia volontà, giuro solennemente davanti a voi, sul mio onore e sulla mia parola che è sempre stata una soltanto: Basta così! Non piangerò un’altra sola lacrima su un’altra sola morte. Tutto questo deve finire e lo farà adesso!”
Accecante e improvviso, un lampo gli lavò il volto scarno.
Il suo riverbero strisciò in basso sul mosaico frantumato del pavimento, deturpato cimelio delle glorie vissute in altri tempi, in altri regni, e rotolò sulle mastodontiche colonne, rivelandole.
Come sentinelle impettite, osservavano mute le antiche vestigia di un soffitto crollato in ere dimenticate, le sue macerie disperse e scomposte come la vittima abbandonata di una violenza nella sala del trono.
Deserta.
Il tuono si abbatté furioso e fortissimo, il suo ruggito profondo così rabbioso e assordante da scuotere le fondamenta della terra sotto il cimitero di pietre ingrigite, le uniche, vere testimoni del discorso accorato di un uomo.
Levando il pugno al cielo, forte dello sguardo del popolo che lo ascoltava, egli scagliò la sua condanna con tutto il fiato che aveva in gola:
“Io spianerò le montagne e prosciugherò gli oceani! Scatenerò gli elementi e massacrerò i colpevoli! Destituirò l’ordine e sarà la mia volontà! Non li avrete, mi avete sentito? Non li avrete MAI! Essi NON MORIRANNO per le vostre leggi! MALEDETTI! SIATE MALEDETTI TUTTI QUANTI PER L’ETERNITA’!”
L’oscurità scese più fitta dopo il lampo, inghiottendo l’uomo e i suoi respiri spezzati nel proprio abbraccio di tenebra. Strisciando tra le colonne, il tuono si dileguò per spegnersi sotto lo scroscio della pioggia ora più intensa, quasi il cielo volesse lavare via il peso delle parole scagliate alle rovine.
Per alcuni di noi, la salvezza è una pura illusione e la redenzione una condanna.
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