[Gdr] - Pancia o Mente?

GDR: Pacia o Mente Negli ultimi tempi, complici forse le sempre crescenti sfide che la vita quotidiana mi ha posto davanti, mi sono ritrovata spesso a riflettere su quanto sia mutato, nel tempo, il mio approccio al Gioco di Ruolo

e come non vi sia più, in realtà, una ben definita categoria di giocatori a cui io mi senta più affine rispetto ad un’altra.
Spesso mi sono ritrovata al centro di vivaci dibattiti sullo stile di gioco e più volte, nei miei interventi, ho tentato di definire la mia idea del “gioco ideale”. Devo ammettere di non essere mai riuscita ad inquadrarmi in un unico “credo giocoruolistico” e questo spesso ha finito per evidenziare incongruenze e talvolta persino contraddizioni nell’ambito dei miei ragionamenti. Solitamente apprezzo un approccio al gioco prevalentemente “mentale”, ma credo sia meglio approfondire il concetto per comprendere meglio il significato che personalmente associo a tale definizione.

GDR: Pacia o Mente

Sono naturalmente portata all’immaginazione e mi sono anche ritrovata talvolta a giocare “di pancia”, simbioticamente immedesimata nel personaggio e nelle situazioni di gioco, ma ho finito per comprendere quanto un tale approccio – pur non essendo privo di fascino e di stimoli, che paradossalmente sono anche “mentali” – spesso mi proietti in situazioni indesiderate… situazioni che finiscono per avere pesanti impatti sulla mia vita “vera”, quella che trascende il gioco ed il momento!

Un Bardo immagina altri mondi

Ma mentre li immagina li vede e, mentre li vede, li vive e, mentre li vive, fa esperienza e cresce. Però, quando trasforma quelle visioni in narrazioni compiute – o addirittura in parole scritte - compie un vero atto creativo, perché condividendo con gli altri le proprie emozioni, definisce i contorni del sogno e li fissa nella realtà collettiva. E non sempre ne risultano situazioni piacevoli!
L’argomento è vasto e meriterebbe ben più di un singolo articolo per essere sviluppato a dovere.
Comincio pertanto ad introdurre la questione, naturalmente dal mio punto di vista e partendo dalla mia esperienza personale. Se poi altri trovano l’argomento di loro interesse, non escludo di tornare ad approfondire gli aspetti che meritano una più estesa trattazione “dedicata”.

Quando, per la prima volta, mi accostai alla mitica scatola rossa D&D, ero un’accanita giocatrice di giochi da tavolo (e ancor oggi lo sono, anche se è sempre più difficile trovare compagni di gioco… e menomale che ci sono i figli di mia sorella!).
La scatola rossa, per me, era solo uno dei tanti giochi da sperimentare e mi aspettavo di trovarvi dentro, oltre alle regole, tutta una serie di oggetti misteriosi della più disparata natura: dadi, tavole illustrate, carte, schede, clessidre, insomma, in poche parole, il cosiddetto “materiale di gioco”. Adoravo l’approccio “fisico” che, dall’interno di quegli scrigni di cartone colorato, mi permetteva di estrarre tutto un mondo ludico, che simulava una realtà immaginaria, dove i cannoni del Risiko al massimo distruggevano altri cannoni di plastica e i magnati del Monopoli possedevano dei semplici soldi di carta!

GDR: Pacia o Mente

Ma dentro alla scatola rossa c’erano soltanto i manuali delle regole e i consigli strategici per il master: niente dadi, niente mappe, nessuna pedina di plastica sagomata!
Provai comunque a giocare, insieme ad un gruppo di amici raccogliticci, e all’improvviso mi ritrovai proiettata in una realtà fatta di draghi e mostri, eroi e maghi, scaturiti da quell’immenso mondo incantato che si chiama “Fantasia”.
Le regole – che tanto amavo nei giochi in scatola – per il breve periodo in cui il gioco andò avanti, non mi parevano neppure così importanti rispetto alle straordinarie avventure che viveva il “mio” personaggio. Era un approccio del tutto nuovo e mi piaceva l’idea che i giocatori fossero incentivati a collaborare piuttosto che a competere tra loro: eravamo tutti protagonisti di un’unica storia, che poteva andare avanti all’infinito. Purtroppo non riuscii mai a creare, nell’ambito della mia cerchia di amici, un gruppo di gioco regolare e così ben presto tornai ai vecchi giochi in scatola, che consentivano di esaurire in una sola serata l’impulso ludico della giocata.
Però la voglia di GdR mi è rimasta nel cuore e la ritrovo intatta, a distanza di anni, sul web, sotto forma di play by forum e play by chat.

Come già specificato prima, amo il gioco narrativo e mi piace raccontare con dovizia di particolari le gesta del mio pg, cosa che in passato mi ha fatto spesso trascurare le strategie, le statistiche e tutte le discussioni regolistiche: nel mio primo approccio al gdr sul web, discutere di regole era solo tempo rubato al gioco effettivo e non mi interessava proprio.
Quel mio primo approccio produceva spesso esiti infelici, quando magari il comportamento guascone del pg metteva a mal partito l’intero gruppo! Ero la bestia nera del nostro povero master che, con pazienza e perseveranza, cercava invano di spiegarmi lo spirito del regolamento. Inoltre – e soltanto adesso me ne rendo conto - avevo una certa propensione per il “power play”! Non era proprio l’approccio egocentrico del “faccio tutto io”, però mugugnavo abbastanza quando il dado mi diceva male e non riuscivo a portare efficacemente a termine un’azione che – nel mio immaginario – per il mio pg doveva essere facile come bere un bicchiere d’acqua!

Poi mi appassionai alla storia e allora cominciai ad identificarmi nel personaggio. Lo interpretavo con una tale intensità che “veramente” soffrivo dei suoi tormenti interiori, sperimentando autenticamente e profondamente le passioni e le tensioni che viveva in gioco. Quando falliva un’azione, mi sentivo inutile e frustrata e quando il pg di un altro giocatore, che aveva più volte “salvato la pelle” al mio, inciampò in una gloriosa dipartita, piansi a calde lacrime, come se mi fosse venuto a mancare un amico reale!

Un giorno però, guardandomi allo specchio, decisi di fare “due chiacchiere” con quella parte di me che viveva nel suo alter-ego con quel drammatico eccesso di emotività. Era troppo: ci mettevo troppa “pancia”!
A ben pensarci, molta gente apprezza la tragedia assai più di una bella commedia a lieto fine; alcuni addirittura non si divertono, se non sono spettatori di storie commoventi e drammatiche, in cui magari i protagonisti, alla fine, muoiono, dopo lunghe e sofferte tribolazioni.
Eppure a nessuno piace piangere per una malattia o per la perdita di una persona cara. E cosa dire della guerra? Quando ce la raccontano, ci caliamo in gloriosi eroismi ed azioni straordinarie, ma se ci trovassimo a viverla “davvero”, probabilmente ricorderemmo soltanto la puzza di escrementi e sangue rappreso, i gorgogli di morte e il freddo dell’anima, la fatica e le membra dolenti, che gridano il loro bisogno di riposo ma continuano a muoversi barcollando, per parare i colpi, per non cadere, per restare in piedi e forse guadagnare ancora un giorno di vita.
A ben pensarci, l’uomo è davvero un animale strano!
Comunque, tornando al mio gioco di ruolo, quel giorno dissi a me stessa che stavo esagerando: i tormenti interiori del mio personaggio non dovevano diventare parte integrante della mia persona. E niente giustificava la forte antipatia – talvolta sconfinava quasi nell’odio - che mi opponeva alle persone che interpretavano gli antagonisti del mio pg!
Il gioco intorno al tavolo era ben diverso: guardavo tutti in faccia e sapevo che, per quanto fossi calata nel ruolo e per quanto pathos avesse evocato il master, non ero davvero un mago e la spada che affondava tra le mie costole non faceva male!
E quel tipo odioso che insultava il mio personaggio aveva la faccia del mio migliore amico e, quando smettevamo di giocare, bevevamo una birra insieme!

Il by forum e il by chat sono diversi: non permettono di “vedere” le persone che muovono i personaggi, cosa che aggiunge mistero e ambiguità al gioco, ma che può anche portare ad un eccesso di immedesimazione.

Un conto è l'immaginazione, altra cosa è l'interpretazione, ma quando si arriva all'immedesimazione, spesso la situazione si complica!

Chi si immedesima troppo nel personaggio, spesso perde di vista la persona e si finisce per proiettare sugli altri emozioni recondite, che non appartengono alla sfera cosciente, senziente e coerente della persona, ma sconfinano con il suo mondo onirico, portando talvolta alla luce reminiscenze che fanno ancora male.

Quando ho detto a me stessa “è solo un gioco”, tutto è cambiato. Ho smesso di stare male perché la mia sacerdotessa non riusciva a guarire un bambino creato dal master! Ho smesso di odiare persone che neppure conoscevo, perché i loro personaggi perseguitavano il mio!
E ho smesso di innamorarmi perdutamente di tutti quelli che interpretavano personaggi che avevano storie romantiche con il mio!
Ne è derivato un diverso approccio al gioco. E una miglior comprensione delle sottigliezze del regolamento!

GDR: Pacia o Mente

Prima ignoravo le regole e tutte le discussioni in materia mi annoiavano, mentre, da qualche tempo a questa parte, mi trovo ad appassionarmi anche a questo aspetto del gioco: ed ecco che si palesa una chiara contraddizione con me stessa, che personalmente definisco “evoluzione”: ho semplicemente cambiato idea. Si cambia, si cresce, ci si evolve nella vita e perché mai non dovrebbe mutare anche l’approccio al Gioco di Ruolo?
Finalmente giocavo con tutte le potenzialità che il gioco offriva: interpretazione e regolamento, dadi e statistiche! Paradossalmente cominciai a divertirmi anche più di prima e anche il rapporto con i compagni di gioco migliorò notevolmente!
Avevo raggiunto una pietra miliare nel mio approccio al gioco e adesso giocavo “di mente”, immaginando le situazioni come in un film, ma senza permettere al mio subconscio di entrare in quello stato di trance emotiva indotta dall’ “immedesimazione”. Ero io che interpretavo carattere e reazioni del mio personaggio, come mi piaceva immaginarli – ma non ero io che tribolavo!
La differenza era sottile, ma abissale!
Ero contenta di quel mio nuovo approccio al gioco, almeno fino a che non mi trovai a frequentare persone che invece sostenevano il contrario e cioè che senza immedesimazione non trovavano divertente il gioco!
Li osservai a lungo, da fuori, con curiosità e distacco, analizzando le dinamiche dal loro gioco, apprezzando talvolta i toni aulici e lo spessore introspettivo del loro scrivere.
Non volevo lasciarmi contagiare, ma senza quasi che me ne accorgessi, accadde.
Entrai in una campagna già avviata, dove si giocava con regolamento D&d. Il mio personaggio era costruito come un tipico “power player” e disponeva della magia del fuoco bruciante; già pregustavo un ritorno alle origini ed un giocare iperbolico, abbastanza sopra le righe.
Non avevo capito niente, naturalmente!
E difatti, di lì a poco, il master rivelò tutta la sua abilità drammatica, cambiando addirittura il regolamento a gioco in corso, per aggiungere pathos alla storia ed arricchirla di quella che era la sua personale propensione al dramma che sublima il personaggio.
Ormai mi aveva presa all’amo però, perché un buon narratore mi colpisce sempre, qualunque sia il mio personale gradimento interpretativo e di ambientazione. Così sono rimasta, cercando però di tenermi a debita distanza dal gioco "di pancia", cercando di applicare il mio approccio mentale a quella nuova esperienza. Talvolta riuscivo a farlo con un certo successo, altre volte meno, a seconda del grado di ispirazione che precedeva la stesura della mia giocata. In ogni caso, credo proprio che, se in un dato momento non avessi deciso di esternare pubblicamente i miei pensieri, nessuno si sarebbe mai accorto che il mio approccio era differente rispetto agli altri giocatori. Forse non avrebbero apprezzato tutte le mie giocate - non sempre l'ispirazione mi sorreggeva nel momento in cui "toccava a me scrivere" - probabilmente avrebbero percepito qualche nota stonata rispetto al contesto narrativo dell’ambientazione evocata, ma nessuno mai si sarebbe accorto del fatto che io ero "diversamente inserita" nella storia. Naturalmente, mi ritenevo libera di interpretare il “mio” ruolo, a modo mio… ma gli altri non facevano lo stesso, pur partendo da un approccio differente?
Il ragionamento non faceva una piega… eppure mi sentivo fuori dal coro e, in qualche strano modo sottile, un po’ mi dispiaceva!
Non mi appassionavo nel leggere la sublime tristezza, che permeava l’ambiente del dramma, non volevo calarmi nella tragedia e non volevo creare sofferenza attraverso le mie parole scritte!

Però, senza neppure accorgermene, ci sono entrata dentro, pur partendo dall’approccio mentale. L’immedesimazione questa volta era più sottile: coinvolgeva qualcosa che stava a metà tra la pancia e la testa, in una sorta di intuizione onirica e profonda. La gloriosa morte annunciata si consumava davanti ai miei occhi, respingeva i miei sensi di donna e poi… semplicemente accadeva e diventava storia vera. Dramma di vita vissuta! Le lacrime del personaggio son diventate le mie, mentre i drammi veri e autentici delle persone si sovrapponevano a quelli dei personaggi, dopo aver misteriosamente e tragicamente preso forma nella dimensione che chiamiamo “reale”.

Qui mi fermo, per questa volta, su questi spunti di riflessione, che spero possano essere terra fertile su cui seminare un più profondo scambio di visioni ed idee, nel reciproco rispetto e nella ricerca di una maggior comprensione. Perché ogni approccio è quello giusto e le contraddizioni esistono soltanto se decidiamo di focalizzarci su quelle. In realtà siamo tutti diversi da noi stessi, a seconda del momento che viviamo, e tutto cambia a seconda di come lo viviamo!

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