I Custodi Del Nulla

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I Custodi Del NullaL’atmosfera era quella rilassata e piacevole di quel periodo della giornata che volge alla sera, in cui i lavoratori chiudevano l’attività per presentarsi alla locanda preferita a concedersi un bicchiere, in cui ci si rilassava chiacchierando con un amico o semplicemente con la persona più vicina al bancone, in cui il cielo infiammato dai colori di un bellissimo tramonto incantava lo sguardo di coloro che lo vedevano per la prima volta.

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La volta celeste sopra Union era tra le più belle create, l’uomo lo dovette ammettere lasciando oziare lo sguardo, anche se era stata creata artificialmente per plasmare quel particolare effetto ed anche se rimaneva immutato in quella luce soffusa e calda in maniera permanente, giorno e notte. Sapeva che lo avevano modellato così per garantire ad ogni visitatore un' impressione piacevole sin dal primo momento, procurando un ingresso alla città promettente e positivo.

L’uomo abbassò lo sguardo e senza abbandonare l’espressione oziosa esplorò circolarmente la piazza in tutta la sua estensione, senza lasciare trapelare l’irritazione. Il suo contatto era in ritardo. D’altro canto lui amava presentarsi sempre in anticipo agli appuntamenti in modo da poter studiare la controparte prima che fosse troppo vicina, così da prepararsi ad ogni eventualità. Inoltre essere già lì e costringere l’altro a raggiungerlo lo metteva in una posizione psicologica di vantaggio verso l’interlocutore. Metodicità e prudenza erano particolari in cui indulgeva sempre, gliel’avevano insegnata anni di esperienza.

Finalmente emerse da una della strade che confluivano nell’ampio spiazzo la persona che stava aspettando. Agghindato con abiti vistosamente colorati di varie tonalità di rosso, arancio e giallo, con una lunga piuma azzurra infilata nella tesa di un cappello dalla falda larghissima, un nano dall’aspetto allegro si avvicinò con aria baldanzosa direttamente nella sua direzione.

L’uomo non cambiò espressione del volto, ma dentro di sé era inorridito. Chi gli aveva procurato il contatto lo aveva avvisato dell’aspetto insolito del nano, ma non si era aspettato qualcosa di così pacchiano, vistoso e… assolutamente fuori dai canoni della sua razza. Quando gli avevano detto che era un nano aveva approvato, conoscendo la leggendaria diffidenza e chiusura di quel popolo; ma questo individuo prometteva tutt’altro. Infatti, con suo sommo orrore, il nano era ancora in mezzo alla piazza quando si levò il cappello rivelando una lunga e folta chioma scura e lo sventolò a mo’ di saluto, attirando l’attenzione di gran parte dei presenti.

Distolse lo sguardo, a disagio, fingendo di non essere il destinatario del gesto, ma il nano frustrò il tentativo quando gli giunse davanti, ponendoglisi direttamente di fronte, a mani piantate sui fianchi e con un gran sorriso sfacciato dipinto sul volto barbuto.

«Tu devi essere Annamor», esclamò a gran voce.
Subito l’uomo si chinò verso di lui e lo fulminò con lo sguardo.
«Non tutto questo baccano!», sibilò furioso. «Preferisco un po’ più di discrezione, per favore».
«Qui?! Ad Union?! Ah!», vociò il variopinto individuo. «Mi conoscono tutti qui, credi che almeno cinquanta persone non ci stiano guardando in questo momento? Dovevi pensarci meglio, amico mio».
Si accarezzò la barba, osservandolo con occhio acuto senza smettere di sorridere, per poi agganciarlo per il gomito con fare amichevole e spingerlo gentilmente a girarsi.
L’uomo fu tentato di rifuggire istintivamente al contatto, ma si trattenne. Il nano aveva ragione. Ormai era in ballo, tanto valeva ballare, gli aveva detto una volta un compagno d’armi quando era un avventuriero. Lo seguì mentre si incamminavano verso una ampia strada lastricata in marmo che portava verso est, mentre il nano iniziava a chiacchierare amabilmente come se si conoscessero da sempre.

«Ad Union sono ben conosciuto», gli disse con aria noncurante. Mentre camminava, senza darlo a vedere, gli occhi guizzavano da sotto le sopracciglia cispose notando ogni particolare delle persone che si muovevano intorno a loro. «Quando opero alla luce del sole, se mi passi il gioco di parole, sono una persona che non passa inosservata e non fa nulla per esserlo. Desterei più sospetto comportandomi in maniera diversa, quindi non ti preoccupare. La gente è avvezza a vedermi girare per la città con un numero indefinito di diversi interlocutori, i quali a mio confronto non restano nella memoria di nessuno a meno che non siano più appariscenti di me… e questo capita veramente di rado».

L’uomo iniziò a comprendere perché lo avevano descritto come un abile professionista.
«Perché hai scelto Union?», gli domandò.
L’altro alzò le spalle con indifferenza.
«E’ un crocevia planare secondo soltanto a Sigil. Oltretutto la sua natura neutrale lo rende un ottimo posto dove incontrare gente senza incorrere in alcun pericolo; le Sentinelle sono un corpo di guardia straordinariamente efficiente, di molto superiori a qualunque sorvegliante che tu possa mai incontrare nel Multiverso. I mercani che hanno plasmato questo luogo non hanno badato a spese per renderlo sicuro e confortevole, dove condurre affari in tranquillità», disse strizzandogli un occhio.
«E tu, com’è che conosci questo luogo? Viaggi spesso tra i Piani?».
L’uomo nascose la sua espressione dietro una maschera di indifferenza.
«Sono passato da qui un po’ di tempo fa’, e mi ci sono trovato bene», commentò soltanto.
La verità era un po’ più ricca di particolari e probabilmente molti degli eventi di cui era stato partecipe e protagonista anni prima li conosceva anche il nano. Le battaglie che vi aveva combattuto con mostruosità elementali e abissali avevano rischiato di radere al suolo l’intera città. Ma preferiva tenere per sé alcune faccende e soprattutto fare in modo che il nano non lo collegasse ai passati eventi. Il suo volto era camuffato e a distanza di anni, non correva ragionevole pericolo di essere riconosciuto.

«Siamo arrivati nel mio piccolo alloggio», esclamò il nano fermandosi di fronte a un giardino curatissimo, che fronteggiava un ingresso così ampio da poter accogliere una ventina di cavalieri e rispettive cavalcature. Lastre di marmo e decori in ferro battuto ricoprivano la facciata di un palazzotto degno di un nobile aristocratico che si ergeva al di là del capolavoro botanico, il quale raccoglieva una varietà di piante che l’uomo non conosceva.
«Davvero modesto», commentò con una punta di disapprovazione. Non gli piaceva dare così evidentemente nell’occhio e si sentiva a disagio, così esposto agli sguardi dei vari passanti. L’altro sogghignò ed annuì come se gli leggesse nel pensiero e l’uomo trasalì, colto di sorpresa.
«L’apparenza esteriore non è tutto, e tu lo sai anche meglio di me, Annamor», mormorò piano, affinché solo lui potesse sentire.
«Sempre che questo sia il tuo vero nome», aggiunse con il tono di chi sapeva benissimo che non era così.
L’uomo, per quanto sorpreso, ne fu sollevato. Il nano si stava rivelando come un individuo in gamba, così come gliene avevano parlato e come lui si aspettava. Annuì in risposta, senza dire nulla, e l’altro lo precedette attraversando con passo sicuro il giardino.
«Metti i piedi dove li metto io», gli raccomandò. «Non vorrei che facessi scattare qualche trappola per poi doverti venire a recuperarti in un altro piano di esistenza».
L’uomo gli obbedì, trattenendo una imprecazione e rivolgendo una preghiera silenziosa alla sua Dea affinché la faccenda si potesse chiudere in fretta. Aveva molto lavoro da compiere e non aveva tempo per quei giochetti.

Il nano armeggiò velocemente con un portone grande a sufficienza per far entrare un gigante delle colline, ne aprì una metà e gli fece segno di seguirlo attraverso un atrio degno di un castello, rivestito in marmo ed ornato da numerose statue in materiali preziosi, fino ad una porta più piccola in legno di ciliegio che lo condusse in una stanza dall’aspetto confortevole; una volta che l’uomo fu entrato il nano richiuse la porta alle sue spalle, indicandogli di accomodarsi su una poltrona in morbida pelle.
L’ambiente era arredato come uno studio, in legno scuro con librerie cariche di pergamene e volumi; il nano sedette ad una scrivania ampia a sufficienza per ospitare un banchetto, sopra la quale erano stese diverse mappe che si affrettò a raccogliere e mettere da parte.

«Veniamo ora a noi», esclamò il nano. «Qui possiamo parlare in tranquillità. Il fatto che ti abbia fatto entrare in casa mia indica che mi sto fidando di te, non farmi pentire del mio buon cuore. Mi accorgo di quando qualcuno mi racconta una fandonia, quindi non cercare di imbrogliarmi e parla sinceramente».
L’uomo nascose un sorriso. La sua Dea gli aveva concesso la capacità di essere immune ad alcuni tipi di individuazioni, tra le quali quella delle intenzioni e delle bugie. Non era un caso se nel dogma della sua fede vi era la custodia dei segreti e la parziale rivelazione solo dello stretto necessario. Il nano era probabilmente un buon professionista, ma non poteva essere alla sua altezza. Decise che glielo avrebbe lasciato credere e manifestò una contenuta aria sorpresa mentre annuiva.
«Mi hanno detto che tu sei uno che ci sa fare con i portali», esordì direttamente. «Ho bisogno di creare un varco per poter andare in un luogo; il portale deve essere aperto qui ad Union e deve restarlo fino al momento in cui ritorno, e cosa molto importante, non deve consentire ad altre persone di attraversarlo in nessuno dei due sensi».
Il nano tornò ad accarezzarsi la barba. Probabilmente era un gesto abituale che tradiva la sua concentrazione. Dopo poco infatti gli rispose:
«Posso crearlo qui e custodirlo io stesso all’ingresso, ma dall’altra parte non c’è nessun modo certo per bloccare qualcuno che voglia passarci, una volta che lo tengo aperto».
«In tal caso, dovrai arrangiarti a bloccare qui eventuali intrusi», replicò lui seccamente.
«E verso dove lo vorresti questo varco?».
L’uomo non esitò a rispondere. «Mechanus».

Il nano alzò le sopracciglia con aria sorpresa. «Questa è bella. Esistono già portali facilmente accessibili per quel Piano. Perché rivolgersi a me per questo?».
«E’ una faccenda delicata», rispose l’uomo scegliendo con cura le parole. Non voleva rivelare più del necessario. Meno cose sapeva quel nano meno rischi correva lui e la sua missione. «Devo fare in fretta e non avrò tempo da perdere, quindi un portale dedicato al mio viaggio mi consentirà di muovermi con maggior rapidità e precisione».
«Uhm, rapidità e precisione, certo», ripeté assorto il nano. «Una cosa mordi e fuggi, insomma. Se fosse una cosa pulita non ti rivolgeresti a me, quindi è un affare illecito. Chiedi sorveglianza del portale, quindi è anche rischioso».
«Penso che i miei affari non ti riguardino, nano», commentò l’uomo con aria truce. «Mi hanno detto che sei un bravo sabotatore di portali. Ti chiedo solo di fare il tuo lavoro con discrezione e professionalità. Se la cosa è un problema chiudiamola qui senza perdere tempo prezioso».
E mi preparerò ad eliminarti, aggiunse mentalmente tra sé e sé, affinché nessuno un domani possa ricostruire i miei movimenti fino a te.
Il nano alzò le mani con aria difensiva, sorridendo amabilmente.
«Calma, calma, amico mio!», esclamò. «Non voglio sapere cosa farai ne per quali motivi. Ma gli elementi che ho notato mi aiutano a valutare il costo dell’operazione. E’ un po’ rischiosa da come dici tu, quindi rientra nel tariffario speciale».
«Quanto speciale?», sospirò tra sé e sé. Sapeva cosa sarebbe accaduto adesso.

Impiegò più di un’ora a concludere l'estenuante trattativa. Dietro quel sorriso abbagliante il nano aveva un carattere di ferro, degno della fama meritata dalla sua razza. Ma alla fine il nano sorrise, si sputò sul palmo della mano e lo porse verso di lui sopra l’ampio tavolo. Contenendo un moto di repulsione, l’uomo fece lo stesso e si strinsero la mano per suggellare il patto.

Messi a punto i particolari dell’operazione, che il nano gli spiegò brevemente, presero appuntamento per il giorno successivo per l’apertura del portale. L’uomo uscì dal palazzo e non appena ebbe attraversato l’enorme portone di ingresso e lo ebbe chiuso alle sue spalle, pronunciò a bassa voce una preghiera di ringraziamento alla sua Dea sfiorando con la mano le lame incantate che portava appese alla cintura, sotto il lungo mantello nero. Era eccitato da come la catena degli eventi si stava dipanando sotto i suoi piedi, come fosse un tappeto rosso steso all’ingresso di un ricevimento indetto in suo onore.
La gloria della sua Signora sarebbe presto stata magnifica e lui ne sarebbe stato l'artefice. L’indomani avrebbe compiuto la missione la cui importanza si sarebbe riverberata nel tempo costruendo le basi per il successo della causa. Niente poteva dargli maggiore gioia.
Si concesse un momento per riflettere sulla natura dell’incontro con il sabotatore di portali. Sebbene inizialmente avesse deciso di eliminarlo a missione compiuta per cancellare ogni testimonianza ed ogni traccia che potesse ricondurre a lui, aveva cambiato idea. Nel profondo del suo animo nutriva la radicata convinzione che la strada che lo aveva condotto da lui non era stata del tutto casuale e che quel nano, in un modo o nell’altro, avrebbe avuto un ruolo in questa o in qualche altra faccenda futura.

Misteriose erano le strade degli Dei, pensò tra sé l’uomo il cui vero nome era Zasher. Avvolgendosi nella formula protettiva di un incantesimo d’ombra, si incamminò nelle strade della città di Union confondendosi velocemente tra i vari passanti e sparendo allo sguardo.

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