Quando si parla di movimento gotico, per associazione di idee verrebbe subito da pensare alla musica, alla letteratura, al cinema e alla moda che ci tartassano di fantomatiche icone neo-gotiche e misteriosi stereotipi di tendenza.
I media, in primis, si sono fatti portavoce della spropositata espansione del genere donandogli una rilevanza da non sottovalutare, senza però mai approfondire completamente il tema principale e le radici in cui questo affonda.
Charli Siebert, la nera regina dell'arte digitale
Appellativo quanto mai azzeccato per l'artista di cui stiamo parlando.
Charli Siebert nasce ad Huntington Beach, in California, nel 1986. Sviluppa le sue creazioni tramite programmi di grafica digitale come Photoshop e Poser, di cui tra l'altro è completamente autodidatta, per pura passione.
E' opportuno, prima di procedere con l'analisi delle sue opere, aprire una breve parentesi storica sulle origini del filone da cui l'artista trae ispirazione. Si tratta infatti della fusione tra due generi ampiamente discussi dalla critica: arte digitale e arte gotica.
Se da una parte l'arte digitale viene considerata di serie B rispetto alle ben più comuni arti classiche quali pittura, scultura e architettura, dall'altra il gotico viene sempre più spesso erroneamente avvicinato al satanismo o altre forme di occultismo che in verità sono ben distanti dall'esperienza del gotico.
Quella che oggi viene considerata arte gotica (più precisamente revival gothic) prende spunto dalla ben più nota letteratura gotica, figlia a sua volta dell'architettura degli inizi del 1100 sviluppatasi in Francia, e che vide il suo apice nel tardo 1300. Artisti del calibro di Horace Walpole, Mary Shelley e Ann Radcliffe, per citare alcuni dei pionieri, diedero vita a quello che si sarebbe in seguito rivelato uno dei più controversi e sublimi generi letterari.
Riprendendo un clima medievale e solenne, con scenari tetri e angoscianti a fare da sfondo al conflitto interiore proprio dell’ essere umano, questi autori si opposero alle teorie illuministiche che vedono la ragione trionfante sulle incertezze umane e capace di sconfiggere ogni ragionevole dubbio, contrapponendo loro il senso grottesco e scaltro del mistero e della rassegnazione.
Un inevitabile scontro (mediatico e ideologico) si ebbe anche con il cattolicesimo, soprattutto in Italia, dove l'arte gotica trovò i suoi più grandi oppositori.
Andando avanti con gli anni la letteratura gotica assunse sempre più un carattere moderno e dinamico, abbandonando anche l'atmosfera medievale per approdare in un clima più attuale: dapprima con Edgar Allan Poe e Arthur Conan Doyle, poi con John Milton fino al novecento, in cui le tematiche della morte e della dannazione spirituale dell'individuo furono inglobate dalla scena horror dei primi anni venti.
L'impatto che ebbe sui lettori contemporanei fu maestoso.
La cultura del fantasy gothic (o fantasy horror) è ancora perfettamente tangibile. Basti pensare a Lovecraft, che fece del movimento una ragione di vita, o Bram Stoker che si guadagnò un posto d'onore sul trono di romanzieri gotici con Dracula del 1897.
Lo stesso Stephen King e Anne Rice attingono sovente nel mondo dell'occulto e del vampirismo (ricordiamo in particolare la Rice per Intervista col Vampiro e La Regina dei Dannati) raccogliendo ampi consensi dalla critica e dal pubblico proprio per la loro attenzione nel rivolgersi ad una platea più adulta e matura rispetto a quella convenzionalmente più giovane legata alla tendenza dark degli ultimi anni.
Dark è infatti il termine più usato per allacciarsi alla cultura gotica medievale, nonostante molto spesso le differenze tra le due risultino evidenti, soprattutto per quanto riguarda i contenuti. Come spesso accade, anche questo filone ha subito il fascino della imperitura legge della “quantità rispetto alla qualità”, sacrificando la vera essenza della ricerca introspettiva con una ben più abbordabile scenografia tenebrosa, di più immediato impatto e lasciando i cultori a bocca asciutta.
Di fatto però il movimento goth si è esteso anche in altri ambiti artistici.
Nella musica prevalentemente punk e metal (industrial metal, gothic metal, horror punk), nel cinema (The Rocky Horror Picture Show, Il Corvo, Nightmare Before Christmas), negli anime giapponesi e come precedentemente anticipato, anche nelle forme d'arte più vicine al nostro secolo.
Dal connubio tra arte digitale (ottenuta tramite rifacimento o creazione di opere attraverso il computer) e arte gotica nasce uno stile unico e innovativo, di cui l'artista è soltanto una delle attuali esponenti.
Numerose sono le occasioni in cui, osservando un'opera di Siebert, la mente si lascerà trasportare nel mondo degli incubi e della provocazione. E' proprio il suo mondo quello che traspare dalle sue principesse gotiche, dai suoi sogni di passione e di sangue che si fondono insieme per dare vita alle tetre allucinazioni, che tanto ci paiono familiari, dai personaggi portati da Tim Burton, Roman Dirge, Mark Ryden e molti altri.
Il distacco dell'artista dagli schemi dell'arte digitale e preconfezionata spicca su tutto, il sentimento di rivalsa gratifica ogni singolo fotogramma, passatemi il termine che tanto bene incornicia gli episodi irreali descritti in ogni illustrazione.
Riprendendo le sua parole: “Essere un artista per me è come cadere preda di una sindrome compulsiva. Il bisogno di creare è qualcosa che devo soddisfare, ad ogni costo...”
Se davvero volete intraprendere il sentiero di Charli Siebert preparatevi ad affrontare paesaggi tetri e sinistri, lasciate in disparte dispotiche credenze per cui la pena dell'uomo può essere alleviata, adagiatevi sulle emozioni forti perché l'artista non risparmierà i cuori deboli.
Nelle sue opere troviamo una dedizione quasi sfrontata per il sangue e la sofferenza, carnale e psicologica, un ridondante sfondo buio, angusto e claustrofobico, catene e uncini saltuariamente alternate a tetri volti stupefatti o contorti in una smorfia di dolore.
Donne imprigionate nel loro proprio corpo, ansiose di evadere da una cella di carne e allo stesso tempo libere di mostrarsi per come realmente sono. Molti sono gli autoritratti della giovane artista, nonostante lei stessa non voglia sbottonarsi più di tanto sull'argomento.
Uomini, carnefici e vittime dei loro scempi, che solitamente sono ispirati da ritratti o quadri precedentemente preparati.
Amanti incatenati dall'ossessiva ricerca di una purezza ben distante dai difetti umani.
Volti disfatti e distorti, piangenti e maliziosi che escono dall'immagine e si infilano nei pensieri, come a voler ricreare l'angoscia degli incubi.
Quello che colpisce delle immagini è anche la straordinaria capacità di attrarre l'osservatore nonostante un primo accenno di fastidio. Quelle che appaiono come scene raccapriccianti e macabre sono in realtà le più apprezzate dal pubblico. Non è solamente l'aria funesta a fungere da calamita per lo sguardo, ma quanto la realistica, seppur meschina, riflessione che ne consegue. La cura per i dettagli e i colori, sempre distribuiti con meticoloso rigore, completano il tutto.
Non chiudete gli occhi, anzi, spalancateli. E' necessario solamente osservare e lasciarsi cullare dalla palpitante e costante apprensione dei suoi racconti. E' questo un grande merito dell'artista. La sua schiettezza, c
he molte volte diventa oggetto di aspre critiche e sguardi torvi da parte del pubblico, in un modo o nell'altro instilla qualcosa di profondo, una sorta di angoscia, che difficilmente si dimentica.
Occhi grandi e vivi, nei corpi di ragazzine già donne su cui grava il peso della consapevolezza umana di aver appena iniziato il lungo tragitto della vita. Una sofferenza palpabile e per di più assillante.
Tutto questo illustrato senza mezzi termini.
Numerose e variegate sono le sue pubblicazioni su riviste del calibro dell'Heavy Metal Magazine (di cui lo stesso Luis Royo realizzò alcune copertine), Tales of the Talisman Magazine e Black Petals Magazine, per citarne alcune.
Perché innamorarsi delle sue opere? E perché non farlo? Se, anche una sola persona, ritrova qualcosa di sé in esse non può che significare che quel mondo allucinante non è poi cosi lontano dal mondo reale in cui, giorno dopo giorno, bene o male dobbiamo vivere.
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