Il Gidierrista Pasquale

E-mail Stampa PDF

Il Gidierrista PasqualeLa Pasqua del Gidierrista

Finalmente Pasqua!
Non ve l’aspettavate vero?
Sì certo, il gidierrista vive con il massimo del pathos ogni situazione, specie quando si tratta delle feste in cui deve incontrare il parentame (ogni volta un tiro salvezza fallito!) ma la Pasqua è particolare.
Perché?
Facile, la Pasqua trasuda di elementi che al gidierrista sono estremamente familiari.

Prima di tutto, l’effetto sorpresa.

Commenta Questo Articolo

Non è come il Natale, cui si deve preparare a lungo e con grande stress psicologico. La Pasqua arriva quando arriva, ogni volta in modo estremamente casuale (quale gidierrista sa fare i conti della quaresima?) un po’ come un incontro random nella foresta di Cormanthor: il gidierrista sa che gli può capitare, ma non sa quando e se non altro si risparmia tutta l’ansia pre-festiva.

In seconda battuta, dura pochi round.
Un giorno al massimo, perché per la Pasquetta non conta, è giusto la coda che si agita per un po’ dopo aver ucciso il “mostro”, ma avendo classe armatura estremamente irrilevante la si può aggirare con facilità.

E infine, possiede un alto coefficiente di arricchimento.
I parenti (i mostri) sono tutti concentrati in un’unica area e in cambio di qualche punto ferita (hanno armi come “Allora? Te la sei fatta o no la fidanzata?”) li si può liquidare in poche mosse (“No zia, ma ho la play-station nuova” che è un po’ come una palla di fuoco. Nell’area colpita scatena il dibattito sui bassi principi della gioventù moderna) e sul finale si riscuote lo stesso il bottino (la zia non si rassegna e vuole che tu passi del tempo all’aria aperta “Tieni questi soldi ed esci un po’ che hai la pelle verde ormai!”)
Insomma, la Pasqua è EUMATE: Entri, Uccidi il Mostro, Arraffi il Tesoro, Esci.
Evviva la tradizione!

Di fatto però, oltre quella scorza di bimbominkia, il gidierrista non è così superficiale come può apparire e poiché è più abile come lettore che nell’abbordare le ragazze, non può davvero perdersi l’occasione di guardare la Pasqua con gli occhi del passato, frugando tra le tradizioni antiche, quasi magiche per cui lui nutre una sincera passione.
Per questo non si accontenta di sapere che la Pasqua è il momento in cui, secondo la tradizione cristiana, il Cristo risorge, e cerca oltre.
Ecco l’oltre dunque.

Le origini Arcaiche della Pasqua

Non è un caso che la Pasqua, secondo la religione cristiana, rappresenti la resurrezione di Cristo, il Salvatore dell’Umanità. È il trionfo della Luce sulle Tenebre e guarda caso cade proprio nel periodo in cui la primavera esplode (hem… lo so, quest’anno è particolare dai :P) e trionfa sul buio dell’inverno.
Facilissimo per chi ha già messo il naso nelle tradizioni celtiche, riconoscere in questo una simbologia principe delle popolazioni Insubri, dove ogni festività era riconducibile a un momento particolare del ciclo naturale, cui corrisponde una divinità specifica.
Quando il sole entra a zero gradi di Ariete e nasce a Est, si entra nel regno della dea Belisama, la dea dell’Armonia e della Bellezza.
A proposito dell’equinozio, la parola deriva da “equum nocti”, ossia “uguale alla notte”, perché giorno e notte, nemmeno a dirlo, hanno la stessa durata in questo giorno particolare.

A metà tra l’equinozio di primavera e il solstizio d’estate era tradizione accendere i fuochi di Beltaine e farvi passare attraverso sia il bestiame, sia uomini e donne per ricevere la purificazione delle fiamme.

Ma l’importanza della ricorrenza equinoziale non è meramente una convenzione astronomica che segna solo il risveglio della natura.
Le impronte lasciate dal retaggio pagano attraverso i secoli sono molto marcate a riguardo, e ci hanno raggiunti fino ai giorni nostri attraverso tradizioni folcloristiche e religiose dal grande fascino e significato.

Laddove i pagani festeggiavano Alban Eiler, che significa “Luce della Terra” (ulteriore collegamento solare) oppure Ostara (da Öistre, antica dea nordica dell’alba, della primavera e dell’amore – e guarda caso in Germania la Pasqua viene chiamata “Ostern”) i cattolici celebravano la Resurrezione di Cristo.
E per quanto rituali e credenze appaiano superficialmente diversi, esiste un unico tema centrale che le lega: la rigenerazione, il passaggio dal mondo sotterraneo (inverno, sonno della coscienza collegato al letargo animale e delle piante) al vero risveglio, della natura e della spiritualità.

E l’uovo di Pasqua?

Se credete che sia solo un’usanza estremamente commerciale dei nostri tempi, sarete stupiti!

L’Uovo raffigura simbolicamente l’Uroboros, ossia il Serpente primordiale solitamente rappresentato mentre si morde la coda, ricreandosi continuamente e formando così una sorta di cerchio.
È un simbolo che rappresenta la natura ciclica delle cose, il rigenerarsi continuo.
L’uovo è dove uomini e animali ricevono la prima scintilla di Vita.
L’usanza di scambiarsi le uova di cioccolato alla mattina di Pasqua e mandare i bambini in giardino a cercare le uova colorate che il coniglio pasquale aveva nascosto, risale a tempi molto arcaici nei villaggi precristiani dell’Europa.

L’uovo, che ha importanza in molte culture di tutto il mondo, è quindi uno dei simboli più antichi e potenti della vita che ritorna dopo un periodo di occultamento nell’oscurità. Oscurità che cela ciò che ci aspetta nel prossimo futuro ed è per questo che nella sua versione commerciale dentro c’è la “sorpresa”.

Sono numerose le tradizioni e i rituali in merito:
Nei Paesi celtici del nord Europa tanti anni fa si usava far rotolare le uova dalla cima di una collina per la festa di Beltaine, a imitazione del movimento del sole nel cielo.
La Chiesa cattolica rimodellò il rituale per simboleggiare la pietra che rotola via dalla tomba di Cristo risorto.
Nei villaggi pagani si celebrava il ritorno della dea andando a scambiarsi uova “sacre” sotto l’albero del villaggio ritenuto “magico”, usanza che dunque collega Eostre alle divinità arboree della fertilità.

Simbolo della dea è la lepre o il coniglio.

L’animale non è casuale, scelto non solo per le sue famose capacità riproduttive, ma anche perché, secondo i Germani, le aree nere della luna rappresenterebbero proprio la lepre, sancendo così la sacralità dell’animale.

Una delle credenze più primitive era quella che, cibandosi dell’animale simbolo della divinità o meglio espressione stessa della divinità, non si faceva altro che rendersi partecipi di quella scintilla di divino che è insita nella sua immanenza.

Questa tradizione è ripresa poi anche dai pani dolci a forma di zig-zag che vorrebbero rappresentare l’animale e anche la runa Gebo o la ruota solare.

Il coniglietto pasquale, molto diffuso nei Paesi anglo-americani, rimanda alla mitologia germanica: è la “Österhase” o “lepre pasquale”, l’animale della fertilità che accompagna le divinità della primavera e dell’amore, ed Eostre (l’antico nome inglese di questa divinità, una variante di Öistre) è rimasto come nome della festa anche nella sua forma cristiana: in inglese Pasqua si dice Easter.

Una tradizione interessante è quella dei cosi detti Giardini di Adone: in particolare nell’area orientale si venerava, sotto i nomi di Tammuz e Adone, la decadenza e la rinascita annuale della vita. Le fonti che narrano di queste divinità sono frammentarie e oscure, ma sufficienti a dedurre che esse morissero ogni anno per poi risorgere.
Veniva dunque loro dedicato una specie di giardino, simbolo basato sul principio della Magia Imitativa, cioè “il simile che produce il simile”: realizzare questi giardini fioriti era un modo per incoraggiare la crescita delle messi.

Si schiude come di incanto la spiegazione di un rituale creduto cristiano ma che affonda le sue radici nel paganesimo. I “sepolcri”, realizzati il Venerdì Santo per il Cristo con piante, spighe e fiori, veri “giardini” realizzati sulla tomba del dio morto, creano di fatto un legame ancora più stretto tra festività e rituali arborei.

Anche la simbologia dell’agnello o meglio del “capretto” sarebbe strettamente legata al culto arboreo nello stesso significato della lepre per la dea Eostre.
La capra infatti, errando nei boschi, rosicchia le cortecce degli alberi danneggiandoli notevolmente. Solo il dio della vegetazione si nutre della pianta da esso personificata, e dunque lo stesso animale non può che essere sacro. Come nel caso delle uova, il selvaggio mangiando la carne dell’animale crede di acquistare e assorbire una parte di divinità. Pertanto il cibarsi di animali sacri per il dio è un sacramento solenne come la celebrazione di Gesù, rappresentato da un Agnello che ancora oggi, in molte parti di Italia si consuma.

“…io sono l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo…”
Il Gidierrista Pasquale

La Festa del Fuoco

Strettamente connessa ai rituali legati alla vegetazione e alla rinascita, è la tradizione pasquale di accendere falò.
I cosiddetti “fuochi di gioia”, da cui poi deriverebbe la tradizione del cero pasquale.
In Germania, per esempio, i contadini raccolgono tutti i rami secchi che trovano nelle campagne per poi farne un enorme rogo e spargere le ceneri nei campi per propiziare il raccolto, mentre tizzoni accesi vengono portati all’interno delle case come protezione dagli spiriti maligni.
Rituali poi che ritroviamo anche in molte altre parti d’Europa, e nella nostra stessa Italia.

La spiegazione data è molteplice: per alcuni si tratterebbe di un rito purificatorio, in sintonia con quello che poi sarebbe il significato della Pasqua cristiana. Del resto è abitudine bruciare in questi roghi delle effigi stregonesche, o un fantoccio costituito da sterpaglie che comunemente viene chiamato “Giuda”.

In realtà la tradizione ben si sposa con il concetto di Magia Imitativa molto caro al primitivo.
Infatti la festa legata all’equinozio di primavera è strettamente correlata alla rinascita del Sole dopo la sua morte, il buio e la luce si equivalgono per poi lasciare che quest’ultima prenda il sopravvento.

I rituali erano perciò un modo di imitare il cammino dell’astro, o ancora di portare in terra parte del suo calore. Infatti l’usanza di far ruzzolare ruote infuocate giù per una collina, o il correre nei campi con le fiaccole accese, riporta proprio all’imitazione del percorso solare nel cielo.

In questa tradizione fortemente pagana si inserisce il cero pasquale, il fuoco sacro alla religione Cristiana che anche in questo caso attinge a piene mani dal mistico sacco dei rituali pagani.
Così ecco che nelle chiese si spengono le luci, proprio a rappresentare il dominio assoluto del buio, visto solo successivamente come male; poi trionfa la luce, simboleggiata dal cero dal quale si accendono le varie candele che si portano a casa, proprio come i pagani portavano alla dimora i loro tizzoni accesi: un mistico intreccio di culture e credenze che si fondono in antichi rituali e simbologie che si perdono nella notte dei tempi.

Fonti: Paganesimo Insubre, Trigallia e Wikipedia.

Commenta Questo Articolo

 


Ultimi Post

News da Ashura