Il solleone regna alto nel cielo di Agosto, ma l’occhio attento dell’uomo della terra già avverte l’inesorabile declino della luce, che si avvia in parabola discendente all’equa spartizione delle ore del giorno con le tenebre che avanzano.
La fiammeggiante lancia di Lugh dardeggia ancora, dispensando irraggiamento agli ultimi frutti che si avviano a maturazione, mentre le bionde messi si apprestano a divenire farina e pane per l’inverno.
Il biondo Dio del grano muore, sacrificandosi per donare agli uomini cibo per le loro bocche voraci. Il raccolto è quasi completo e si spera sia stato abbondante, ma se anche così non fosse, egualmente occorre ringraziare la terra per quello che ha prodotto, celebrando con gioia il tempo dell’abbondanza.
Lughnassaad è l’ultima delle Feste del Fuoco che contrassegnano la Ruota dell’Anno celtico. Come tutte le ricorrenze legate al ciclo delle stagioni, anche questa celebrazione abbracciava più giorni, durante i quali gli Antichi ringraziavano per il raccolto e, approfittando delle ancor lunghe giornate di sole, si cimentavano in giochi all’aperto in onore del dio Lugh, per poi abbandonarsi a danze frenetiche intorno ai fuochi, nelle tiepide notti stellate.
Le danze spesso erano foriere di nuovi amori, che a Lughnassaad potevano anche sfociare nella celebrazione di un matrimonio per prova, destinato a durare fintanto che la coppia non avesse deciso di separarsi oppure di cementare l’unione con un vero e proprio matrimonio da celebrare a Beltane.
I giochi erano invece vere e proprie competizioni sportive, durante i quali i membri del Clan si cimentavano in prove di abilità e destrezza di vario genere, in onore del Dio solare Lugh, a cui era peraltro associato l’appellativo di “Mano Abile”.
La leggenda di Lugh è tra l’altro una delle più belle e ricche di immagini simboliche tra quelle pervenute fino a noi.
Tutto ebbe inizio in una grande palazzo dalle torri di cristallo, edificato su un’isolotto al centro di un misterioso lago dalle
acque calme e spesso avvolte da una bruma argentata. Il palazzo, sontuosamente decorato con marmi bianchi e fregi d’oro e d’argento, si muoveva continuamente, seguendo un rapido movimento rotatorio che scandiva il trascorrere del tempo ed impediva l’accesso a chiunque non conoscesse la sequenza esatta del movimento. Era questa la dimora dell’altera Dea Arianrhod, Signora della Ruota d’Argento e della Luna Piena. Ella era bellissima e scostante e aveva giurato di non concedere le sue grazie soltanto a colui che fosse riuscito a penetrare nel suo castello, infrangendo la magica barriera del tempo e dello spazio. Il suo intento era quello di mantenere intatto il suo potere femminile senza condividerlo con uomo alcuno, ma aveva fatto i conti senza il potente mago Gwyddyon, che tra le altre cose era anche suo fratello. Egli era infatti capace di fermare il tempo e così facendo potè arrestare il movimento del castello per il tempo necessario ad entrarvi. Così avvenne che Arianrhod, dovendo tener fede al giuramento, gli si concesse e i due consumarono la passione amorosa. L’alba del giorno seguente portò però una brutta sorpresa alla Dea, che si accorse di essere rimasta incinta e che dopo alcune ore diede alla luce un neonato indesiderato. Chiaramente andò su tutte le furie e si affrettò a cacciare Gwyddyon e il neonato, pronunciando una triplice maledizione (in gallese “geasa” cioè un tabù infrangibile) che nei suoi intenti doveva segnare in modo nefasto il suo destino.
“Non avrai un nome - ella profetizzò - a meno che tua madre non lo pronunci a voce alta. Non potrai possedere armi, a meno che non sia tua madre a consegnartele. E nessuna donna umana ti vorrà mai per marito.”
Naturalmente la Dea non aveva nessuna intenzione di assegnare al figlio un nome e men che meno di consegnargli armi!
Gwyddyon si ritrovò così fuori dal palazzo di Arianrhod con il pargoletto che strillava. Ne ebbe compassione e decise pertanto che lo avrebbe aiutato ad ottenere da sua madre il riconoscimento del suo diritto di vivere. Come già detto, egli era un mago potente ed astuto e il tempo per escogitare un piano non gli mancava. Nel frattempo aveva mille altre questioni più urgenti da risolvere per far crescere e nutrire il figlioletto.
Passarono gli anni e quando ne furono trascorsi otto, Gwyddyon, accompagnato da un bel fanciullo biondo, si presentò sulla spiaggia dell’isolotto su cui sorgeva il castello di Arianrhod. Era travestito da ciabattino e tanto fece per decantare la grazia e la leggiadria, che le sue scarpe avrebbero conferito al piedino che le avesse indossate, che la Dea ne fu incuriosita e uscì dal suo castello per dare un’occhiata. Naturalmente non aveva riconosciuto il mago e men che meno il fanciullo.
Mentre era intenta a provare una dopo l’altra le graziose scarpine, l’astuto Gwyddyon emise un sibilo speciale, che indusse uno scricciolo a guizzarle accanto. In un istante il piccolo volatile afferrò il nastro d’argento che legava i serici capelli di Arianrhod e con un frullo d’ali se ne dipartì con il nastro nel becco.
La Dea si adirò moltissimo e naturalmente incolpò il sedicente mercante dell’accaduto, ma prima che ella potesse dar atto alle minacce profferite, ecco che il fanciullo a cui non aveva prestato attenzione scagliò una freccia verso il cielo centrando in pieno il minuscolo volatile e recuperando così il nastro, che si affrettò a porgerle con un inchino.
Arianrhod fu così entusiasta dell’abilità dimostrata dal ragazzino che sorridendo si rivolse a lui con l’appellativo di Lugh Lleu Gyffes, cioè “Leone dalla mano ferma”..
La Dea si infuriò quando Gwyddyon si fece riconoscere, rivelandole l’inganno, ma ormai il fanciullo aveva un nome e rimanevano soltanto due geasa da rimuovere.
Trascorsi che furono altri quattro anni, ecco che Gwyddyon, ammantatosi nuovamente di magia, evocò un’illusione che indusse Arianrhod a credere che la sua isola fosse sotto assedio ad opera di un popolo di crudeli giganti. Allertata del pericolo dallo stesso fratello sotto mentite spoglie, si lasciò convincere a chiamare alle armi tutti gli uomini abili affinchè combattessero per lei. Fu lei stessa a consegnar loro le armi senza accorgersi che tra essi c’era anche un giovinetto biondo dotato di mano salda e spalle robuste: suo figlio Lugh Llaw Gyffes.
Ancora una volta, la Dea era stata ingannata dall’astuzia di Gwyddyon che aveva così ribaltato l’infausto destino del ragazzo, che ora possedeva un nome e le armi per difenderlo a testa alta nel mondo.
Ma non c’era nulla che si potesse fare per rimuovere il terzo geasa: nessuna donna umana avrebbe mai potuto essegli compagna e un giovane deprivato della passione amorosa era votato comunque all’infelicità.
Si poteva però trovare un sistema per aggirare l’ostacolo e fu proprio ciò che Gwyddyon fece, quando infuse di magia i boccioli di tutti i fiori che riuscì a trovare e con essi diede vita alla più bella donna che mai avesse camminato sulla terra: Blodeuwedd. Lugh se ne innamorò non appena la vide e, poichè ella non era stata generata da umana natura, potè prenderla in moglie, superando così anche il terzo geasa.
Non fu purtroppo un matrimonio felice poichè la giovane si rivelò vana come i petali che il vento trasporta secondo il proprio capriccio. Innamoratasi di un tal Grown Pebr, Blodeuwedd ne divenne l’amante e con lui complottò per uccidere il marito, rivelandogli il momento in cui egli era più debole ed esposto.
Grown Pebyr riuscì pertanto a sorprendere Lugh ed a ferirlo all’inguine, ma il pronto intervento del solito Gwyddyon riuscì a scongiurare il peggio. Con la sua magia trasformò Lugh in aquila e la colpevole Blodeuwedd in civetta, condannandola a non esporsi mai più alla luce del giorno.
Lugh raggiunse invece le più alte vette dei monti e dopo essere guarito dalla ferita subita, tornò ad affrontare il bieco Pebyr, che trafisse infine con la sua lancia.
Così si conclude il mito del luminoso Lugh, versato in tutte le arti, che incarna il dio del raccolto e la luce del sole che subisce una profonda ferita destinata a farlo declinare inesorabilmente verso la parte oscura dell’anno.
Lughnassaad è infatti l’ultima Festa della Ruota dell’Anno, quando l’estate cede ormai all’equinozio parte della sua forza, annunciando così l’ormai imminente conclusione del Ciclo e l’inizio di un altro nel buio grembo della terra.
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