Intervista a Francesco Barbi - L'Acchiapparatti di Tilos

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Intervista a Francesco Barbi, l`autore de "L`acchiapparatti di Tilos" a cura di Firey

Firey: Ho notato che si è iscritto su Dragonisland con il nick "Zaccaria" che poi è uno dei protagonisti del suo libro. Perchè ha scelto proprio Zaccaria? E` il suo personaggio preferito o è legato a lui in maniera particolare rispetto agli altri?

Francesco: Zaccaria è uno dei due protagonisti del libro, si è inventato un mestiere per campare, è mentalmente squilibrato e vive le situazioni in un modo tutto suo. D’altra parte è anche un po’ stregone… E, per me, la magia del mondo reale è la creatività. Per questo quando scrivo mi sento vicino a Zaccaria ed è per questo che qui (in qualità di autore de “L’acchiapparatti di Tilos”) ho usato il suo nome come nickname. Devo anche dire che ho scelto di chiamarmi Zaccaria per rendergli omaggio. Infatti mi sento grato nei confronti di questo personaggio, attraverso le cui vicissitudini ho recuperato alcuni tratti del mio carattere e che dunque, per quel che mi riguarda, è stato davvero “magico”…

Firey: Un matto e un becchino come protagonisti di un libro sono alquanto insoliti... Come le è venuta in mente questa idea?

Francesco:
Quasi tutti i personaggi del libro sono in qualche modo singolari, ma l’invenzione-adozione di protagonisti così particolari, almeno inizialmente, non è stata una scelta consapevole.
Credo che ad un livello più superficiale, in qualità di autore-burattinaio, io abbia semplicemente sentito il desiderio di aver a che fare con personaggi strani, bizzarri, al limite del grottesco. A livello più profondo, invece, questa scelta ha probabilmente a che fare con uno dei temi centrali del libro, rappresentato anche simbolicamente in copertina: il tentativo dall’esito catastrofico compiuto dallo stregone Ar-Gular di separare la parte più pura e sana della sua anima da quella più tetra, ombrosa. Sul retro del libro è invece raffigurato un uccello (si tratta di un gruccione, per l’esattezza) dai colori sgargianti, realistico e ricco di dettagli, ma con una cavità scura o quantomeno un’ombra al posto dell’occhio. Esso, per l’appunto, simboleggia i personaggi protagonisti del libro che, curati nei dettagli e “colorati”, sono tutti però in qualche modo caratterizzati dall’avere una macchia, fisica o psichica. In contrapposizione con l’aspirazione dello stregone, fallimentare e utopica, di negare questa sfaccettatura e raggiungere l’immortalità attraverso l’eliminazione di una parte di sé, il lato oscuro o caotico dei personaggi principali reca anche forze creative vivificanti, oltre che rendere ciascun di essi, a mio modo di vedere, più intrigante. Peraltro l’esistenza stessa del Mietitore, che è quasi un’incarnazione del male, fa sì che la magia possa sopravvivere nelle Terre di Confine.

Firey: L`aspetto di Ghescik ricorda vagamente quello del Gobbo di Notredame. Ha preso spunto da esso per creare la sua figura?

Francesco: Non credo. I due personaggi presentano differenze anche dal punto di vista fisico. La sola cosa che hanno in comune mi sembra che sia la gobba. E la motivazione della scelta di questa deformazione fisica per Ghescik è da ricercarsi piuttosto nel mio vissuto personale. Infatti, nonostante all’apparenza io possa sembrare ancora un baldo giovane, qualche anno fa ho scoperto di avere una malattia alle ossa, la spondilite anchilosante. Nelle sue forme più gravi (spero che non sia il mio caso) le vertebre della colonna tendono a saldarsi e si possono sviluppare vistose gobbe…

Firey: Il diadema di Ghescik ricorda molto l`anello di Frodo. Entrambi, quando lo indossano, entrano in contatto con il male. Ha mai letto "Il signore degli anelli"? Si è ispirato ad esso?

Francesco: Ho letto più volte “Il signore degli anelli”. Senza dubbio tra il diadema e l’anello ci sono delle somiglianze (entrambi sono oggetti magici dalla forma circolare attorno a cui ruotano le vicende dei protagonisti del libro). Ma anche molte differenze. Il diadema è un mezzo di contatto piuttosto che un mezzo di potere assoluto. Esso agisce unicamente in connessione con il secondo diadema, posto sulla fronte del boia di Giloc, e fa parte di una serie di quattro elementi ricavati dalla medesima sostanza (il mediumentro).

Firey: Le prigioni di Giloc sono un labirinto come quelle di Minosse. Il boia può, nelle fattezze, ricordare vagamente il minotauro. Ha tratto ispirazione dal mito per crearlo?

Francesco: Non saprei, ma credo che alla fin fine tutte le storie e le idee abbiano origine da ricordi ed esperienze pregresse. Ad ogni modo, nelle fattezze, il boia di Giloc è piuttosto diverso dal Minotauro di Creta, un uomo gigantesco con la testa di toro. Il boia ha zampe animali, zoccoli, un unico occhio e non propriamente corna, bensì protuberanze ossee che si staccano dal cranio. Inoltre possiede un’ossatura ipersviluppata e deforme. A me ricorda maggiormente qualche demone di Advanced Dungeons & Dragons o di Warhammer (ad esempio il demone di Khorne).
D’altra parte la collocazione del mostro nel Buco e il suo essere un boia richiamano alla mente il mito greco. Ricordo che mia madre, quando avevo quattro o cinque anni, mi raccontava l’iliade, l’odissea e i miti greci per addormentarmi. Ed in effetti la storia del Minotauro mi deve aver colpito molto.

Firey: Ho trovato molto interessante il personaggio di Gamara, tra l`altro il mio preferito, eppure non ha raccontato molto di lui e del suo passato. Questo perchè non lo trovava importante ai fini della storia o ha forse intenzione di riprendere in mano questo misteriosissimo personaggio?

Francesco:
Ho preferito lasciare un po’ di mistero attorno alla sua figura. D’altronde c’erano già due protagonisti. Comunque intendo senz’altro ‘ritrovare’ questo personaggio e fornire dettagli circa il suo passato nell’eventuale seguito de “L’acchiapparatti di Tilos”.

Firey: Ho letto sul sito che si sta occupando di un altro libro, "Marchi indelebili". Può dirci di cosa tratta? E come mai è passato dal fantasy-medievale alla fantascienza?

Francesco: A dir la verità, per lo meno nella loro forma originaria, molti dei racconti di “Marchi indelebili” sono antecedenti all’acchiapparatti. Considero infatti il racconto che conferisce il titolo alla raccolta il mio primo lavoro scritto con il desiderio di farlo leggere ad altri. Mi ricordo che fui ispirato da una pagina bianca con una poesia in versi cancellata da un grosso pennarello nero e dalla punta rettangolare. Quell’esperienza mi piacque molto, e fortunatamente ci lavorai parecchio all’epoca per cui adesso considero il racconto ancora piuttosto buono. Mi dispiace terribilmente quando si ritorna a leggere uno scritto del passato e non ci si riconosce più. E allora si tenta di revisionarlo, sistemarlo, e ci si imbarca in un lavoro più faticoso e lungo di una stesura completamente nuova. Tornando per l’appunto alla raccolta di racconti, devo terminare la revisione e scriverne ancora 2 o 3 prima che il manoscritto possa essere inviato a qualche casa editrice. Ad ogni modo, si tratta di una serie di storie che si intrecciano quasi impercettibilmente, ambientate in un futuro tetro e apocalittico, dominato dal totalitarismo e dall’alienazione.  La società che, racconto per racconto, viene rappresentata ricorda in qualche modo 1984 di Orwell o Fahrenheit 451 di Bradbury, ma essa è, naturalmente, pensata e costruita da uno scrittore immerso nelle problematiche sociali attuali e che respira l’aria del principiare del ventunesimo secolo.
Per quel che riguarda la motivazione del passaggio da fantasy a fantascienza o da fantascienza a fantasy, a me piace variare… E il fantasy o la fantascienza mi garantiscono meno vincoli, molto sofferti se si è particolarmente pignoli e attenti ai dettagli.

Firey: Ha mai giocato a giochi di ruolo? Se sì, quanto hanno influito nella scrittura del romanzo?

Francesco: Ho giocato con giochi di ruolo dai 12 ai 24 anni. Prima D&D, poi Warhammer, Runequest, M.E.R.P., AD&D e Rolemaster… per dire solamente i principali. Certamente essi hanno alimentato e riempito la mia immaginazione e quindi hanno influito sul libro. Addirittura, sebbene credo che il romanzo si discosti dal filone di libri improntati sui giochi di ruolo,  qualche idea-invenzione che fa parte de “L’acchiapparatti di Tilos” è nata proprio durante le sessioni degli ultimi anni di gioco. Devo infine aggiungere che a 24 anni, quando ho smesso di giocare, ho iniziato a scrivere… come per continuare a rispondere all’esigenza di creare, immaginare, sognare.

Firey: Ci sono eventi che, per qualunque motivo, ha dovuto eliminare dal libro? Se sì, quali?

Francesco: Ho dovuto più che altro rinunciare a molte idee, soprattutto a partire dalla seconda metà del libro. All’inizio, infatti, ho potuto dare sfogo all’immaginazione, ma poi ho dovuto iniziare a tirare le fila poiché volevo raggiungere l’epilogo in un numero ragionevole di pagine. Per entrare nei dettagli, prima di tutto ho riscritto più volte il finale. Inoltre ho eliminato tre capitoli sugli evasi, che in origine costituivano un gruppo più numeroso e interessante. D’altra parte avrei rischiato di aprire troppe porte. Infine, come ho già detto, ho rinunciato a diverse scene, personaggi e progetti di capitoli non ancora scritti, solo pensati e immaginati (fortunatamente!). Difatti, lo sforzo creativo che ho dovuto fare per scrivere il libro ha generato molte più idee di quelle poi effettivamente utilizzate. Ad ogni modo le ho opportunamente appuntate sui miei quadernetti e chissà che non mi pungolino di nuovo, prima o poi.

Firey: Ha scritto il libro pensando, una volta terminato, di proporlo a case editrici o questa idea è nata in seguito?

Francesco: A dir la verità, all’inizio, spinto dall’esigenza di descrivere un’immagine che si era andata costruendo nella mia mente, ho scritto un racconto. Si tratta di ciò che, a libro ultimato, è divenuto il capitolo 6, quello intitolato “Il Buco”. A questo stadio, non pensavo proprio che l’avrei proposto a una qualche casa editrice… anche perché non intendevo farne un libro. Questo proposito ha preso piede dopo che ho letto (forse spinto dal desiderio di capire chi o che cosa fosse per me il demone di Giloc) alcuni stimolanti saggi di psicoanalisi, in particolare uno basato sugli scritti di Jung circa l’archetipo dell’Ombra.
Sono stato certo di voler proporre il libro alle case editrici quando, giunto circa a metà stesura, ho deciso che dovevo assolutamente finirlo nonostante mi fossi reso conto che avrei dovuto compiere davvero un grande sforzo per farlo.

Firey:
Che consigli darebbe a giovani scrittori che vorrebbero proporre una loro opera ad una casa editrice?

Francesco:
Non credo proprio di avere l’esperienza necessaria per dare consigli ad altri aspiranti scrittori. Ad ogni modo, oltre ai soliti consigli circa la scelta oculata delle case editrici a cui sottoporre la propria opera, l’invio eventuale di una sinossi e di una scheda del libro, direi semplicemente di lavorare molto in fase di revisione. Consiglierei anche di far leggere il proprio manoscritto almeno a 5-6 persone in grado di fare utili correzioni o suggerire proficui cambiamenti… Insomma rileggere, revisionare, correggere e rivedere fino allo sfinimento.
Per chi non avesse ancora scritto niente, ma avesse intenzione di farlo, suggerirei di avvicinarsi alle tecniche base di scrittura attraverso libri o corsi di scrittura creativa, ma soprattutto consiglierei due cose: leggere moltissimo e pensare molto, prima di scrivere. Infatti, credo che un buon scrittore debba essere, prima di tutto, un fortissimo lettore e un accanito pensatore e sognatore.

by Firey

 

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