
Maurice Dantec, scrittore cyberpunk, autore di romanzi dove succede di tutto. E dove trovi di tutto. E’ un autore in pieno controllo di generi così diversi e con una grande capacità (vista di rado) nel saperli fondere. Un intelligente, equilibrato e geniale mix di metafisica, matematica, realtà virtuali, fantascienza e finzione romanzesca con risvolti di futuribile visione politica talmente attendibile, da lasciare agghiacciati dal modo chiaro che ha di dipingere quelli che sono i timori contemporanei.
Due parole sull’autore
C’è una cosa che sembra ossessionarlo e caratterizzare tutte le sue opere: l’apocalisse, il collasso dell’umanità seppellita dalle macerie delle proprie rovine; essa è dappertutto, come una struttura portante dei suoi scritti e da lì alla sua visione del futuro. A leggere alcuni suoi romanzi l’impressione che ne deriva è micidiale. Dantec si dichiara un convertito, ma lungi da alienanti misticismi o visionarie visioni, egli resta su un piano molto pragmatico, oserei dire cinico perfino. Il convertito che ha scoperto la fede non ha niente di più lontano da quest’uomo con capelli lunghi, barbetta incolta e occhialini scuri che sospetto non si levi nemmeno per dormire. Non vi è niente di caritatevole o di evangelico e rassicurante in lui e nei protagonisti delle sue storie. Io ci vedo un guerriero con un senso chiaro della sua missione, seppure la sua arma anziché la spada sia la penna e al posto della perizia nello scherma egli possieda un vero e proprio talento nello scrivere.
Sono rimasto conquistato dal suo stile. Lo trovo semplicemente geniale ed è veramente uno che sa scrivere. Se devo fare il critico pignolo e trovare qualcosa su cui puntare il dito, posso osservare che non è sempre scorrevole nella struttura, talvolta il linguaggio si appesantisce con tecnicismi informatici e tecnologici, i dialoghi sono talvolta poco riusciti, meccanici e innaturali e anche la caratterizzazione di alcuni personaggi di contorno crea stereotipi che danno un senso di déja vu; in alcune pagine ho trovato qualcosa di molto simile a quello che immagino essere la trasposizione della seduta di uno psichiatra che ha a che fare con un paziente con cervello fritto e in preda a deliranti visioni. Ma si tratta di difetti perdonabili a fronte dell’impatto generale dell’opera. Questo è cyberpunk, e chi ci si avvicina non può esimersi dal tuffarsi in un mondo che ha come caratteristiche stilistiche proprio questo mix di tecnologia e visionarie estraneità dal mondo, con il quale i suoi geniali autori filtrano il reale per tuffarsi in un immaginario virtuale così credibile da poter essere profetico. Ed è proprio come profeti di un altro tempo, di un altro luogo, che loro come Dantec si propongono con storie come Babylon babies.
Il film
Sono spesso alla ricerca sui siti americani dei trailer delle nuove uscite cinematografiche. E il rumore nato intorno alla proiezione del film Babylon A.D. era molto, lo ricordo. Il colossal fantascientifico dell’anno, lo avevano definito. La nuova epica avventura di Vin Diesel - il granitico attore chiamato ad interpretarlo. Io amo i film dove ci sono botte, esplosioni, corse all’ultimo fiato, muscoli in vista; che ci volete fare, sono cresciuto con i film che esaltavano il ruolo del macho di turno tipici degli anni ’80 e successivi.
La trama sembrava promettente: un mercenario cinico e disilluso dalla vita che persegue l’ennesimo incarico, commissionato da un grasso e truccato Gérard Depardieu nella parte del mafioso padrone locale: scortare una ragazza dal Kazakhistan al Canada. Il viaggio si presenta denso di pericoli. Qualcuno è sulle loro tracce per prendere con sé la ragazza: esponenti di una religione che considera la ragazza “speciale”. E qualcosa di anormale lo ha davvero: si viene a sapere che a due anni parlava fluentemente diciannove lingue, sa manipolare meccanismi che non ha mai utilizzato prima, prevede con esattezza una esplosione che l’avrebbe altrimenti disintegrata.
Ma se vogliamo una risposta che completi le nostre ipotesi e fornisca spiegazioni, dovremo restare a bocca asciutta.
La mia aspettativa è stata pari soltanto alla delusione che ne è seguita. Una boiata. Una storia che sembra promettere tanto ma che si dipana tra una corsa, un’esplosione ed una scazzottata senza spiegare gran ché; viene accennata la presenza di una non meglio definita setta religiosa il cui nome non viene ripetuto più di una volta (e pace se sei distratto); la conclusione si avvicina con immagini che sembrano spezzoni di qualcosa di più grande, stralci rozzamente tagliati e ricomposti in un patchwork di concetti non giustificati da ciò che li ha preceduti; sono ancora perplesso dalla visione finale dell’eroe granitico e coperto di cicatrici che fa il robo-papà in un ambiente paradisiaco (è forse morto e passato all’altro mondo senza che me lo dicessero?) e quando sono arrivato ai titoli di coda mi sono ritrovato con la netta sensazione di essermi perso qualcosa. Forse mi sono addormentato e ho perso il pezzo dove veniva spiegato il nodo della trama, mi sono detto; mi sono distratto ed ho perso la parte in cui venivano spiegati i perché e i retroscena. Ho rimesso il dvd nel lettore, l’ho fatto ripartire e rivisto con attenzione. Niente. E sono sicuro che le seconda volta che l’ho visto non ho preso sonno, sebbene ne rimasi pentito – avrei passato meglio quell’oretta e mezza.
Ma la sensazione di fastidiosa incompletezza è aumentata quando ho scoperto che il film è tratto da un romanzo, che l’autore dello scritto si è ufficialmente dissociato da sceneggiatura e regia al punto da non volerne sapere più niente. Con quel senso di curiosità tipico dei pettegoli e dei cazzari, ho indagato un po’ e mi sono procurato il libro. Mai cosa fu più gradita, giacché ho finalmente potuto trovare qualche risposta e rimodellare l’idea della storia per migliorarla. E di molto.
Il libro e l’approfondimento della storia
Le differenze con quanto trasporto su pellicola sono numerose al punto da essere un’opera a parte, che in comune non ha nemmeno il titolo in quanto lo scritto è Babylon babies, mentre il film è stato ribattezzato Babylon A.D. Il motivo nasce spontaneo una volta conclusa la lettura. I “bambini” che danno un senso al libro non appaiono che nei fotogrammi finali del film, poco più che timide comparse il cui aspetto e la cui presenza non sono chiare allo spettatore più di quanto sia chiaro il motivo per cui Vin Diesel indossi una maglietta bianca.
Innanzitutto si ha una idea migliore del protagonista. Hugo Thoorop, mercenario cinquantenne con una lunga esperienza alle spalle, all’inizio della storia sta ancora uscendo da una brutta situazione legata al suo ultimo impiego che lo lascerà vagare per le steppe kazake per due mesi. Ne uscirà stanco e molto provato, una “carcassa umana segnata da cicatrici e tatuaggi”, per riprendere la descrizione. Immagine lontana da quella dell’atletico Diesel.
E’ un vecchio lupo dagli occhi acuti che si muove con prudenza e che sa ben valutare ogni elemento dell’ambiente che lo circonda, più simile a un vecchio stratega che non al bruto soldataccio stereotipato dal suo ruolo. Al punto che si ferma incantato davanti a un tramonto struggente, e che dopo aver eliminato l’avversario si ferma a recitare una poesia in suo onore per dargli il dovuto commiato del combattente. Nutre la mente con letture mirate che costituiscono l’ossatura della sua filosofia di vita: l’Arte della Guerra di Sun Tzu, il De Bello Gallico di Giulio Cesare, Nietzsche e il suo pensiero. Un soldato filosofo e poeta.
Ad affiancarlo nel ruolo ci sono due protagonisti che nel film vengono ignorati o trattati al pari di un cammeo. Un colonnello dei servizi segreti russi che è parte attiva del reclutamento di Toorop, che per tutto lo svolgimento della storia analizza una situazione che non comprende appieno e fornisce al lettore alcuni spunti per interpretare alcuni eventi che vengono lasciati avvolti dalle nebbie del dubbio. E Gorsky, il mafioso russo che nel film è interpretato da Depardieu, che qui risulta avere molta più voce in capitolo e che fa da intelligente controparte ai sospetti e alle macchinazioni del colonnello russo.
Ciò che nel libro è presentato per la prima volta è la intelligenza artificiale altamente evoluta, chiamata “neuromatrice”. Le pagine dedicate a lei e alla descrizione dei suoi processi neurali non sono di immediata comprensione per chi non è un informatico; io non lo sono e sebbene abbia inteso il significato del testo sono rimasto colpito dalla completa padronanza dei termini e dei concetti. Il tutto, coerentemente con lo sviluppo della trama, è stilato con una cura maniacale nella scelta delle parole usate che immergono il lettore in una atmosfera visionaria, onirica e di profonda interpretazione delle immagini del subconscio giacché la matrice ne è succube e padrona al contempo. Delirante instillare l’ipotesi che una I.A. ne possa essere dotata. Oppure no, è semplicemente geniale?
Formata inizialmente sulla personalità del suo creatore e definita come un vero e proprio schizo-processore, questa IA sfrutta i frattali di Mandelbrot per imitare e comprendere i comportamenti umani ma, a ogni aggiunta di dati, nuove personalità, nuove elaborazioni, nuove sfaccettature si aggiungono a quella primaria, creando ulteriore Caos. E Caos è l’elemento comune denominatore che fa da sfondo in tutto il romanzo.
Nel Caos è sprofondata la vita dell’uomo sul pianeta. In una ottica drammatica e al contempo realistica, a pochi anni dopo il compimento del ventunesimo secolo, l’umanità è abbrutita dalla miseria, dalla sovrappopolazione, da un istinto di sopravvivenza così assoluto da delineare un vertiginoso calo dei valori di umanità. Le autorità governative si sono ritirate, del tutto corrotte, per lasciare spazio ai veri detentori del potere: gang mafiose di ogni etnia e stampo, dalla yakuza alla mafia russo-americana alle gangs di motociclisti armati che spadroneggiano come signorotti medievali. Alcuni scenari politici che come lettore potrei giudicare futuribili sono dipinti con particolare acume; la guerra tra la Cina ed alcune sue province e stati confinanti, ad esempio, è analizzata con dovizia di particolari con l’escamotage letterario di un programma di intelligenza artificiale utilizzato dal colonnello dei servizi segreti che, al pari del Risiko!, analizza ed elabora in tempo reale strategie di guerra suggerendogli le mosse migliori.
Caos è anche la vita dei protagonisti, che in maniera disincantata affrontano la loro vita senza mai esserne completamente padroni, compiendo le proprie scelte restando ancorate a un incessante moto di sopravvivenza, restando tuttavia sempre smarriti nella catena degli eventi che si propaga intorno a loro, in balìa di ciò che gli accade al pari di una foglia strattonata dal vento di un temporale. Toorop non comprende cosa nasconde in realtà la sua missione, il colonnello cerca di capire al pari del mercenario il valore della donna trasportata, il mafioso affronta gli imprevisti della missione fronteggiando al contempo le esigenze dei suoi eclettici clienti, ignorando egli stesso le motivazioni delle loro richieste. L’uomo è contemporaneamente macchina per controllare il caos e propagatore di caos stesso. Accanto a questo concetto torna però fortissimo il lupus est homo homini al quale la modernità, l’evoluzione della tecnologia ha semplicemente dato ulteriori zanne, più brillanti, affilate e micidiali. E con la personalissima visione di Dantec sull’esito della evoluzione dell’umanità si conclude il romanzo, predisponendo un finale che lungi dall’essere a lieto fine, sottopone al lettore la morale che al di là del bene o del male, del giusto o dell’ingiusto, l’unica legge che governa la vita dell’uomo è quella del Caos la cui unica mossa prevedibile resta proprio la sua inarrestabilità.
Una osservazione sul binomio libro / film
Per condizionare scelte e abitudini dei lettori, intesi come consumatori, una casa editrice deve sviluppare strategie di mercato che rendano i propri libri più riconoscibili e graditi di quelli di altri editori, che stimolino i ‘clienti’ a comprare la sua produzione. Tutte le opere vengono trasformate innanzi tutto in ‘prodotti’. Triste da dire, riduttivo nei confronti della fatica dell’autore nel comporre la sua opera, sono forse troppo cinico, ma questa è la sintesi. Nonché il motivo per cui Dantec si è dissociato dalla produzione, dichiarando di non volere avere niente a che fare con il film, quando ha visto che scempio ne hanno fatto a furia di tagli e stravolgimento della trama.
Ma perché lo hanno fatto?
L’abitudine a pensare il legame tra libro e film come un rapporto culturale deve forse essere cambiata per lasciare spazio a una valutazione strettamente commerciale. Dobbiamo dunque prendere coscienza di alcune asserzioni :
- i film non fanno leggere di più. Fanno (forse) comprare più libri che però non necessariamente vengono letti. Non bisogna pensare che proponendo il libro tradotto in immagini si favorisca il passaggio all’utilizzo dell’opera nel suo linguaggio originario. Può capitare, ma non è un passaggio automatico.
- libro e film sono due cose diverse non solo nella forma, ma anche nel modo che abbiamo noi di percepirli. Incidentalmente hanno lo stesso titolo, ma hanno anche sintassi mentali diverse, hanno tutt’al più in comune elementi che ne accomunano la struttura, ma comunque operano cambiamenti sulla storia (e notevoli!) e questo ne causa una diversa percezione: per questo stimolano abilità mentali distinte.
- il linguaggio è la matrice comune di tutte le narrazioni. Il sistema letterario è dunque il grande serbatoio a cui attingono tutti i media (TV, cinema, industria dei videogiochi). Per fare un film, ad esempio, prima di tutto bisogna scrivere la sceneggiatura usando il linguaggio verbale; la sceneggiatura infatti usa parole che descrivono immagini, ma è pur sempre linguistica.
Qui si apre un problema importante riguardo ai film letterari. Un film deve, più di un libro obbedire a una logica commerciale: gli investimenti sono cospicui, il pubblico a cui è rivolto infinitamente più numeroso. Da una parte dunque c’è bisogno di una tecnologia di alto livello che permetta la realizzazione di prodotti di qualità, dall’altra la necessità di stimolare molti a 'comprare il prodotto' (andandolo a vedere o acquistando la videocassetta) obbliga a ottimizzare la comunicazione. Il film deve perciò essere strutturato secondo canoni che non sono sempre quelli della storia originaria narrata nel libro. Questo processo ‘omogeneizza’ la narrazione (e quindi, indirettamente, il libro nella mente del fruitore) nelle sue componenti culturali, operando una perdita di profondità e di valore poiché vanno alla ricerca ai contenuti che vanno per la maggiore in quel periodo.
Queste breve annotazioni, per quanto veloci, mostrano quanto sia importante nell’operazione di riscrittura visiva l’influenza dei tempi e l’evoluzione del linguaggio cinematografico, sia a livello di stili realizzativi sia a livello di sottolineatura di contenuti.
Guardare un film tratto da un libro in questo caso permette sì di conoscere la trama del libro, ma stimola soprattutto una presa di coscienza ‘storica’: si parte dal libro per ambientarlo nel contesto e si ‘leggono’ le riletture cinematografiche per capire che cosa un certo periodo ‘estrae’ del libro e che cosa invece tralascia. E da questo punto di vista mi sembra che questa piccola analisi del rapporto tra film e libro sia molto interessante.
Articolo a cura di Barimoor
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