Quando ho scartato il regalo e mi si è affacciata la copertina del libro, ho nascosto una smorfia per non offendere l'amica che me ne ha fatto omaggio. La Regola delle Ombre. Già il titolo mi riportava a una lunga lista di simili, pare che ultimamente l'elemento Ombra vada parecchio di moda. Un autore italiano che personalmente non conoscevo, sebbene abbia visto i titoli di altre sue opere in libreria. Mah. Mi ripromisi con cautela di leggerlo appena possibile, finiti i due cui avevo già programmato.
Beh, è con estremo piacere che posso ricredermi sull'affrettato pre-giudizio che avevo già formulato. Mi è proprio piaciuto, e ora cerco di spiegarmi sui motivi.
Uno dei due protagonisti della vicenda è Giovanni Pico della Mirandola.
Letterato e studioso dalla memoria prodigiosa, si dice potesse recitare la Divina Commedia per intero... anche al contrario.
Qui è visto sotto una luce nuova, giovane amico di Lorenzo de' Medici, accomunato a lui dall'amore per l'arte, e da lui inviato ad indagare sui risvolti di una faccenda misteriosa iniziata con l'omicidio di un noto incisore e collegata alla bellissima Simonetta Vespucci, colei che era stata la più bella donna dei suoi tempi, la splendida modella di Botticelli morta di tisi giovanissima. Che adesso qualcuno sembra aver richiamato dalla tomba grazie a un rito magico, il cui segreto si perde nella notte dei tempi.
La storia inizia così, nella Firenze del 1482, in un inverno frustato da una gelida tramontana. Da lì però passa presto a Roma, la città santa, sede degli intrighi della corte papale dove già tesse le sue trame ambiziose quel Rodrigo Borgia, che salirà al soglio pontificio col nome di Alessandro VI nel 1492. Basta pensare, per dare un'idea di quello che era il periodo, che appena pochi anni dopo avrebbe visto la luce il manuale per i processi alle streghe che darà il via alla caccia alle presunte manifestazioni demoniache in Europa: il Malleus Maleficarum.
Roma non si limita ad essere il luogo dove la maggior parte delle vicende ha luogo, bensì, essa stessa è la seconda vera protagonista della storia.
Purtroppo non ho avuto la fortuna di prendermi abbastanza tempo per visitarla come si deve e poter così affermare di conoscerla. Ma con questo racconto l'autore ha saputo descrivere magnificamente la città così com'era più di cinquecento anni fa': in un forte contrasto tra quella che era l'Urbe del papa, con i suoi palazzi e i quartieri di artigiani lavoratori, e i resti della Roma antica che testimoniavano un difficile passaggio di testimone da un florido quanto crollato Impero, e un ritrovato quanto contenuto dominio papale. Mi ha fatto un certo effetto trovarmi a seguire i percorsi tortuosi del giovane Pico attraverso una città dove edifici nuovi sono costruiti sulla base di quelli vecchi, dove il Colosseo era in una zona abbandonata e altro non era se non testimone di una civiltà decaduta come un gran mucchio di macerie, dove antichi resti venivano ignorati o peggio spogliati delle loro vestigia per abbellire i palazzi dei potenti.
Tutti i capitoli in cui è suddiviso il racconto hanno perfino per titolo alcuni luoghi della città, come altrettanti tasselli che vanno a costruire la sua vivida descrizione. Dove le rovine, i vicoli sinuosi e intricati dove Pico si perde nelle sue indagini, danno voce a un contrasto palpabile tra "nuovo" e "vecchio". E questo confronto si assapora anche nei dialoghi, riportati con linguaggio elaborato e non sempre scorrevole, seppure perfettamente adeguato ai tempi in cui la storia è ambientata, dove si respira l'eco del presente che è un elemento ricorrente della trama. Un presente che spinge per le innovazioni in un luogo dove l'antico è continuamente riportato alla vista, dove chi detiene il potere è avverso ai cambiamenti e ricorre ad ogni modo - lecito e illecito - per mantenere lo stato delle cose, proprio con l'obiettivo di tenere ben strette le redini del soglio pontificio.
La ribellione è inevitabile. Dietro le apparenze, nelle ombre dei vicoli e nei passaggi sotterrenai che tortuosi scivolano inosservati sotto la città, vestigia delle antiche costruzioni romane, si aggira un mondo sommerso quanto inatteso di artisti e stregoni, congiurati e scomunicati eretici, custodi tutti di un antico sapere esoterico dove si mescolano segreti e cospirazioni, il tutto comunque connesso al misterioso libro intorno al quale si compiono efferati omicidi, legato al ritorno dalla morte della bellissima Simonetta, ossessione non solo del de' Medici ma di chiunque abbia posato lo sguardo su di lei. Un libro che si credeva perduto, un antico e proibito rituale: la Regola delle Ombre, per l'appunto. Un libro che forse è passato per le mani di Leon Battista Alberti, che forse è ancora nascosto a Roma, la città dove il grande architetto ha concluso i suoi giorni.
Ma questa non è solo la storia di una indagine. E' anche il lungo e amoroso inseguimento di una donna sfuggente, che con lo scorrere delle pagine approfondendo la sua conoscenza si rivelerà anche essere struggente, per via del suo passato incredibile strettamente connesso a tutte le trame sotterranee ed oscure che animano Roma in quel periodo.
L'autore ha compiuto una sapiente ricerca per questo libro, mescolando personaggi storici ed eventi realmente accaduti con idee e trame di sua invenzione. Un po' come fece - perdonatemi l'esempio se vi pare troppo azzardato - il buon Dan Brown per il suo Codice da Vinci. La differenza è che quel libro fece molto scalpore mettendo un po' in luce alcune idee non proprio in linea con quelle ufficiali della dottrina cristiana, mentre qui Giulio Leoni si limita a disegnare un affresco ben marcato di un periodo storico sottolineando l'importanza di alcuni soggetti del tutto italiani, quali il geniale architetto Leon Battista Alberti, con il cui genio Pico dovrà confrontarsi per venire a capo del mistero, oltre che ovviamente al protagonista della vicenda.
Nello svolgersi della trama affiora, all'interno del contrasto che ho accennato tra "vecchio" e "nuovo", anche l'affermarsi di alcune idee fortemente avversate dal papato come vere e proprie eresie, quali le correnti filosofiche neo-platoniche che hanno caratterizzato quel periodo e che avrebbero fortemente influenzato anche il Pico della Mirandola realmente vissuto: erede diretta della sapienza antica pre-cristiana, nei fatti rappresentava l'avvento di un nuovo modo di pensare, un mondo totalmente nuovo votato a scardinare il potere della Chiesa. Specchio delle lotte di potere che insanguinavano l'Italia in quegli anni (viene menzionato il delicatissomo equilibrio di potere tra il Regno di Napoli, le colonie spagnole, la signorìa di Firenze, tra le altre) e di cui trovo gli echi ancora oggi, nelle vicende che animano la vita politica del Bel Paese, così da lasciarmi ancora una volta piacevolmente stupito dinanzi all'attualità di una storia che dovrebbe essere "solo" un fantasioso romanzo italiano e in cui ritrovo pronunciamenti e riferimenti estremamente attuali.
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