Vorrei proporre, per chi non lo avesse ancora visto, una diversa versione della ormai famosissima leggenda legata al personaggio di re Artù.
Diretto da Antoine Fuqua e prodotto da Jerry Bruckhemeir (Pearl Harbor), questo film è ben interpretato da Clive Owen (Re Artù), Ioan Gruffudd (Lancillotto), Keira Knightley (Ginevra; protagonista femminile tra l’altro della seria Pirati dei Caraibi con J. Depp).
Il sottotitolo del film da già la dimensione dello stesso, “la Vera Storia Che Inspirò La Leggenda“, quindi il tentativo del regista è di uscire dalla dimensione mitologica per entrare in quella storica.
In effetti la trama è abbastanza credibile e cronologicamente ben inserita nel contesto storico europeo di quei tempi.
Incominciamo dalla collocazione geografica. Siamo nella Britannia Romana entro il Vallo di Adriano, quindi nell’odierna Inghilterra del Sud, relativamente pacificata dalla presenza secolare dei Romani. Belle panoramiche di vallate verdi e foreste, successivamente il paesaggio diventa più aspro, ma sempre incantevole, quando la storia (nella prima parte del film) si sposta al nord del Vallo.
Periodo storico. Il film si ambienta nel 425 D.C., alla fine della presenza romana nell’Isola dovuta alla necessità impellente dell’Impero di salvaguardare i propri confini dalla minaccia dei popoli germanici, costringendolo a richiamare tutte le legioni disponibili entro i confini.
Veniamo alla trama. Il film parte con un prologo, le immagini e la voce del narratore (Lancillotto) ci portano a più di un secolo prima, quando la spinta espansionistica dell’ancora vitale Impero porta a guerre di conquista. Siamo in Sarmatia, regione dell’est, pressappoco Polonia e Ucraina, i romani sbaragliano dopo sanguinose battaglie l’esercito sarmato, unici sopravvissuti i famosi cavalieri. Per premiare il valore i Romani non li massacrano, ma decidono che da quel momento avrebbero fatto parte dell’esercito. I Sarmati e i loro discendenti avrebbero servito Roma per 15 anni a venire. Lancillotto è uno di essi.
Il racconto vero e proprio inizia nella primavera del 425 D.C. I sopravvissuti cavalieri attendono con impazienza l’arrivo del vescovo cattolico (già allora godeva di ben maggiori poteri di quelli morali e temporali) che, in rappresentanza dell’Impero, avrebbe portato le lettere di congedo, quindi l’affrancamento dall’obbligo. Artù o precisamente Artorius è il comandante romano della cavalleria sarmata. Figlio di padre romano e madre britanna, orfano da ragazzino di entrambi i genitori è seguace del filosofo Pelagius. Artorius più che nome proprio è un nome ancestrale che determina la posizione.
Dopo il rocambolesco arrivo del vescovo, l'inaspettata sorpresa: Roma, ed il Papa più precisamente, invece dei salvacondotti porta una nuova missione, la più pericolosa di tutte. Senza lasciare possibilità di scelta, o così o braccati come traditori. La libertà può attendere.
Inizia così l’avventura che porterà al termine Artorius a diventare…King Arthur.
Veniamo ai protagonisti.
Clive Owen interpreta un’ufficiale romano imbevuto di idealismi vetero-cristiani derivati dagli insegnamenti di Pelagius, suo tutore alla morte del padre. Un appunto alla sua figura è che pecca troppo di sentimentalismo da romanzo d’appendice. La sua è la classica figura dell’eroe senza macchia e senza paura, intriso dei più alti sentimenti, senza compromessi, senza zone d’ombra così comuni ai normali esseri umani, che devono fare i conti con i loro limiti. E’ l’”Eletto“ per antonomasia. Dall’amore per una Roma esistente solo nela sua ideologia, passa a farsi carico delle sorti del popolo Britanno. E’ la sua “Alta Missione“.
A contrapporsi a lui troviamo Lancillotto, amico e confidente, insuperabile spadaccino. Severo, freddo, diffidente verso il prossimo, di cui si cura ben poco. L’unica cosa che vale è il suo affrancamento. Roma e l’Impero per lui sono solo (giustamente) padroni con la mano pesante, e di certo non ama i Britanni, avendoli combattuti per 15 anni. Significativa una frase rivolta a Ginevra “Io, al suo posto vi avrei lasciati morire”, riferita propri ai profughi britanni. Un cinico, ma che alla fine sa mettere liberamente la sua vita nelle mani del compagno, seppure per un'ultima volta. Per amicizia, solo per questo.
Ginevra, tutt’altro che damigella sentimentale e raffinata, guerriera celtica determinata e impassibile, Merlino, capo dei Druidi e guida del suo popolo, che domina la sua magia in qualche modo legata alla natura (Niente libroni di incantesimi o bacchette magiche), e così via gli altri compagni di Artorius, amici più che sottoposti.
Il film quindi, è tutto uno sciorinare di alti ideali, eroismo allo stato puro, amicizia. Il tutto sarebbe meno retorico se la figura dell’eroe fosse un pò meno sentimentale e più pratica o almeno avesse qualche difettuccio umano, invece niente!
La storia gira intorno ad un tragico evento. Saputosi in tutto il mondo di allora che l’Impero stava ritirando le sue truppe dai confini settentrionali, orde di popoli sassoni comandati da un re sanguinario e crudele decidono di invadere la Britannia, ritenendo giustamente i Romani impegnati a ritirarsi lasciando senza difese il Paese.
Merlino, insieme a Ginevra si fa i suoi conti ed i suoi progetti che vedono al centro Artorius … Ma non svelo più niente o vi tolgo la curiosità di vederlo, invece è interessante e valido, vale il tempo perduto.
Bella la fotografia, spettacolari ed intense le scene guerresche. Gli attori, a parte Clive Owen e Keira knightley, non sono famosi, ma recitano veramente bene, soprattutto Ioan Gruffudd (Lancillotto).
Da complimentarsi con il regista che sa tenere bene i tempi, facendo in modo che il film non sia troppo frenetico inserendo pause con bei dialoghi o riprese fotografiche ad ampio respiro e nello stesso tempo non scade mai di ritmo, rimanendo avvincente fino all’ultima scena. Di poco spessore la colonna sonora, è la prima cosa di cui ci si dimentica del film.
Il mio giudizio personale è che in ultimo è un buon lavoro, peccato non abbia avuto il successo del botteghino che si meritava, sembra sia stato un flop dal punto di vista economico.
Un post scriptum finale. Non aspettatevi un'opera di tradizione Bretone, tutt’altro, è meno spettacolare del più celeberrimo e fortunato Excalibur, ma più esatto storicamente.
Buona visione a tutti!, Io me lo sono goduto tantissimo ( Tre volte! )
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