Persino la nebbia non osa lambirla.
Ci ha tenuto compagnia lungo il viaggio, un velo basso e lattiginoso che si strofinava lascivamente sui fianchi della barca, si svestiva al suo incedere ubriaco, aprendosi un velo dietro l’altro fino alla costa.
Ora invece si ritrae, artigli striscianti sull’acqua corvina per i nostri occhi avidi di vederla: Tekrit.
Una leggenda proibita, sussurri pronunciati a fior di labbra, con occhi sbarrati e ombre danzanti sul volto, gettate dai lumi di candela nelle bettole quando l’ora era nera e i vicoli deserti.
Mi ubriacavo di vino e paure allora, lasciandomi sprofondare fra le pieghe del mito per scorgere con gli occhi della mente le scaglie dei draghi, le fiamme che divoravano le terre di Ambar, il terrore che consumava i mortali.
Sotto il rombo dei cieli in tempesta, narrati in tinte forti da mediocri cantori, potevo quasi vedere i cadaveri disseminati sulla terra, lembi di roccia ribollire e scostarsi, crollare, sciogliersi nella fucina accesa dal respiro dei draghi.
Tra loro, improvvisa e sovrana, un’isola maestosa si strappava dalla roccia e si innalzava sul mondo, fluttuando fra le spire di fuoco per sfuggire alla carneficina e portare lontana la razza eletta.
Un viaggio per la salvezza, sopra le grida di agonia di chi rimaneva a morire.
Le ascoltavo finché il cuore non batteva forte, l’adrenalina non annientava lo stordimento dell’alcool e la parte più perversa di me non si saziava.
Il fascino del male.
Intimo peccato che nessuno osa confessare per vigliacca ipocrisia, perché le ali membranose degli immortali, i draghi delle ere antiche, non vengano a oscurare di nuovo i nostri cuori per purificarci.
Ma che lo confessiamo o no, siamo tutti impuri, tutti assetati di storie nere come il peccato e tra queste io ne ho trovata una che mi ha ghermito completamente, inducendomi a cercarla.
A lungo ho desiderato di vedere Tekrit, la sua lussuria, la sua anima perversa, la libertà da ogni timore di giudizio e morale, la razza eletta sfuggita ai draghi.
Mi hanno sussurrato che Tekrit non è altro che il respiro di qualcosa che vive in profondità, sotto di lei, nelle viscere del mondo, la vera isola della salvezza sprofondata infine tra le braccia della terra.
Non ci ho mai creduto… fino a ora.
Adesso che la costa si avvicina, il ricordo della tenebra in cui ubriaco cercavo di sprofondare sembra un gioco ingenuo, e per quanto mi sforzi di ricordare che “bene” e “male” sono miei schiavi, le vene pulsano più forte al cospetto del mito che si sta rivelando ai miei occhi.
Scorgo a stento la costa, baciata dalla scia argentea di onde infrante, ma ora che lo vedo davvero, il buio, come lo conoscevo, diventa insignificante di fronte al manto che la città espira, denso, vivo, impenetrabile.
Orgoglioso veto alla luce del giorno che non ha mai sfiorato questa terra, lui si concede con riservata riluttanza ai raggi della luna, aprendosi appena per concederle di carezzare i contorni e le vette delle guglie più alte.
Nel momento in cui il piede calca la rena, so che non vedrò più la luce.
Giorno e notte sono gemelli qui, alleati che celano il mito sotto una coltre scura.
“Magia” sotto l’astro diurno, “Peccato” sotto quello notturno.
Lo respiro da subito, nell’oleoso aroma che fruga i miei abiti senza ritegno, si insinua sulla mia pelle, mi bacia le labbra e cerca la bocca, rendendomi sempre più suo.
Lo concedo.
È il nostro primo incontro, ma capisco da subito che non potrò più farne a meno e con il tempo imparerò a chiamarlo con il suo nome, “oblivio”, la droga che freme nei calici di ogni “Elinssring”, le taverne di Tekrit.
Fra le coltri di fumo che si innalzano instancabili, quasi sbuffate dalla terra stessa, non vedo altro se non le ombre indistinte di coloro che hanno viaggiato con me in cerca della terra maledetta, ma un passo dopo l’altro sento qualcosa premere sulle spalle, perforarmi la nuca, pronta a schiacciarmi.
Gli occhi bruciano dietro lacrime di fumo e il dubbio prende a germogliarmi nello stomaco, avvelenandomi la mente, annichilendo il mio sfacciato pragmatismo.
Dicono che a Tekrit gli dèi non esistano e per questo non prego, non oso farlo, ma lo farei ora che sento la loro mano nascosta nella tenebra inquieta che palpita serpeggiando sul lungo sentiero davanti a me.
Non voglio farlo, ma lentamente sollevo lo sguardo.
Non avrei dovuto farlo.
Il fumo si contorce sotto un sibilo agonizzante, si scosta e fugge, inchinandosi e strisciando umile ai loro piedi, mentre maestosi si ergono fino a graffiare la volta lontana.
“Gli dèi in persona…” esalo incredulo, senza voce né respiro.
Li vedo muoversi, spalancare ali membranose con indolente lentezza, ostentandosi orgogliosi nell’imponente manto di ossidiana che li avvolge.
Sono l’essenza della tenebra stessa, antica oltre ogni memoria del mondo, trasudata fin dal nucleo più intimo e la loro mera presenza è fuoco nero che estingue il soffio della vita nel petto.
L’inganno dura un’eternità prima che i miei occhi li vedano davvero.
Non dèi, non draghi, ma immensi monoliti che sorgono dalla terra, piramidi ad angolo retto scolpite nella roccia cruda da cui sembrano trarre linfa e spirito, i cancelli di Tekrit respirano, palpitano… vivono.
Si fregiano di vere ali di drago, strappate alle leggende e imprigionate nel cuore della roccia stessa, blasfemo trofeo a memoria e sbeffeggio della caduta degli dèi.
Opera del popolo eletto.
No… del popolo “maledetto”: gli Olath-vlos, i Sangue dell’Ombra.
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